Blue Higways- William Least Heat-Moon

Strade Blu: l’elogio della lentezza

[…]Qui la meta è partire
Giuseppe Ungaretti, Lucca

Esiste qualcosa di più ancestrale del viaggio? In questi giorni sono rimasta ferma a causa di diversi problemi articolari e ho sentito il peso dell’immobilità. Restare fissi in un punto non ci appartiene. Il primo segnale è il nostro corpo in costante ribellione con l’inerzia, il secondo è l’affollarsi della mente. Ungaretti, il vero poeta italiano del Viaggio, chiarisce la prima grande verità: si è felici solo nel vagare senza meta. Nelle cosce fumanti della terra mi scopro a ridere, insomma lui lo scrive molto meglio.

Rispondiamo in diversi modi a questa inerzia: chi non può viaggiare con il corpo spesso viaggia con i libri, con quelle che Carrere chiama “le vite degli altri”.

Spostarsi è diventato semplice eppure è una delle poche esperienze che mantiene la sua forza originaria ambivalente e ambigua. Il termine inglese antico travel (nel senso di viaggio) era originariamente identico a travail (che significa “problema”, “lavoro” o “tormento”). Quest’ultimo, a sua volta, tramite influenza francese, sembra derivare dal latino tripalium, cioè uno strumento di tortura a tre punte. Si evocava dunque l’idea di un’impresa faticosa e piena di pericoli.

foto di: Rob Hann

Viaggiare non è visitare, quindi, ma assimilare un luogo attraverso un soggiorno lento e prolungato grazie – e soprattutto – agli incontri che la casualità offre. L’atmosfera di questo nuovo percorso ha i tratti dell’ambiguità, dell’incertezza, del tentativo di connessione fra noi stessi e gli altri – altri, gli americani, mai così lontani come oggi.

C’è una poetica profonda nella lentezza e nella permanenza. I libri non possono sostituire l’esperienza del viaggio, non possiamo negarlo. Restituiscono, tuttavia, una diapositiva empatica delle emozioni e delle sensazioni. Consentono un collegamento straordinario fra le individualità che altrove risulta impossibile; neanche nell’esperienza visiva che risulta spesso passiva e priva di contesto.

Ecco è in questa direzione che The Green Light si sta dirigendo, nel suo sesto anno abbiamo impostato un viaggio nelle strade secondarie d’America per riuscire a parlare ancora d’America e non solo del nostro sogno proiettato. Abbandoniamo ogni certezza per camminare attraverso canali meno conosciuti fra narrativa, saggi, film, serie tv e musica proprio per ritrovare un collegamento umano che i tempi stanno deteriorando alla velocità di un post o di un presidenziale umore storto. Partiamo dunque e come dice Michel Floquet in Triste America “L’America è un mistero che ciascuno vive a modo suo” (segnatevi questo saggio ritornerà spessissimo!)

William Least Heat Moon – Strade Blu

“Sulle vecchie cartine stradali d’America, le strade principali erano segnate in rosso e quelle secondarie in blu. Adesso i colori sono cambiati, ma subito prima dell’alba e subito dopo il tramonto – brevi istanti né giorno né notte – le vecchie strade restituiscono al cielo un poco del suo colore, assumendo a loro volta un’arcana tonalità blu. È l’ora in cui le strade blu hanno un fascino intenso, e sono aperte, invitanti, enigmatiche: uno spazio dove l’uomo può perdersi”.

Alcune premesse

A chi non è mai capitato di restare per ore imbottigliato nel traffico? Eppure, in qualche fortuita occasione, ciò che può sembrare un incubo, può rivelarsi anche il punto di partenza di una nuova storia, in cui c’è chi perde la vita, chi si innamora, chi sogna un viaggio che non è ancora iniziato. Ne La autopista del Sur (L’autostrada del sud, 1966) di Julio Cortázar troviamo tutti questi elementi – lo trovate nell’edizione italiana L’autostrada del sud, in Tutti i fuochi il fuoco, Einaudi. Nonostante la situazione di stallo per via del traffico, l’immaginazione del bambino, protagonista del racconto, va oltre la fine del viaggio: con la fantasia è possibile esplorare luoghi immaginari, riscoprire il significato del viaggio vero, la valenza formativa del percorso senza l’ossessione per la meta. Non è la destinazione da raggiungere ma l’intera esperienza che ci spinge a muoverci da un punto A verso un punto B. Questa assenza di velocità è la prima incarnazione del viaggio di William Least Heat Moon.

Se ci pensate nel ‘900, nei ruggenti anni ‘20 e ‘30 l’ossessione per la velocità era il cuore pulsante di ogni avanguardia artistica (e non solo). Velocità e progresso erano legati come un mantra che nutrirà ogni spauracchio bellico. Nel mondo romano oltrepassare un limes (un confine) o un limen (una frontiera) era trasgredire. Il termine si riferiva inizialmente allo spazio più che ad un’infrazione morale, soprattutto in Cicerone. La trasgressione era quindi, per il mondo antico, l’esaminazione o la violazione di ciò che si trova al di là del mondo conosciuto. La trasgressione, tuttavia, è operabile solo in uno spazio striato, cioè in uno spazio controllato, uno spazio che divide, come la frontiera (secondo l’uso attuale del termine).

La natura, quella che nei corsi importanti viene definita wilderness americana, ha perso i contorni selvaggi. Certo, resta pericolosa, ma non è più ignota. Sconosciuta, invece, è l’esperienza che possiamo farne di essa. I luoghi urbani pensati attraverso una razionalizzazione degli spazi sono un esempio perfetto per rappresentare lo spazio liscio, indefinito eppure sicuro o rassicurante – che non è esattamente la stessa cosa.

Dan Sadgrove - Last Exit to Elsewhere

Il corto di Dan Sadgrove, Last Exit to Elsewhere, rappresenta l’essenza visiva e attualizzata del viaggio del nostro autore. Nel 2015 Sadgrove, sulle vecchie mappe di William Least Heat Moon parte alla ricerca di quell’America che lui percepisce come realmente autentica, taglia per strade secondarie e attraversa l’intero Paese tuffandosi nelle campagne e nei boschi più profondi. Sadgrove ricorda anche un altro precedente suggestivo: John Steinbeck con il diario on the road “Viaggi con Charley. Alla ricerca dell’America”. John come motivazioni iniziali di questo travaglio, che coinvolgerà un vecchio furgone e il suo più caro amico il cane Charley, adduce il pretesto di smarrimento per i nuovi costumi che stavano nascendo negli USA (quelle icone che tutto il mondo avrebbe poi iniziato ad esplorare) negli anni ‘60. Affermando di aver trascurato per molti anni il suo paese, ora gli sembrava, appunto, estraneo. Il viaggio si trasformerà però in qualcosa di più profondo di un incontro culturale. La solitudine, la precarietà e la casualità metteranno John davanti alle sue paure più profonde: quelle della vecchiaia e della morte. Analogamente il nostro autore sarà avvolto da una profonda solitudine nella quale sembra tentennare più volte senza però farsi vincere. A differenza dell’onesto e schietto Steinbeck, Least Heat Moon non lascerà mai trapelare le sue ombre che si riveleranno, invece, nelle descrizioni minuziose dei gesti necessari ad ogni ripartenza. Non tradirà mai in questo modo il suo stile giornalistico scarno e didascalico.

Anche la critica letteraria è estremamente divisa nella gestione di questo “testo”.

In molti manuali Strade Blu viene spesso riportato accanto al beat Jack Kerouac e al suo On the Road. Personalmente lo trovo un errore dal momento che le finalità degli autori sono letteralmente opposte. Kerouac vuole scrivere un manifesto generazionale attraverso una polifonia jazz di voci e culture che segnerà per sempre la storia della non-fiction mondiale, Least Heat Moon vuole essere il più eversivo possibile e svanire nel suo resoconto senza lasciarsi minimamente vincere da un protagonismo egoico che gli è completamente estraneo.

Nella foto alcuni rappresentanti della beat generation: Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William Barrows dietro alla libreria più famosa d’America la City Lights Bookstore di Lawrence Ferlinghetti (dietro la camera).

Possiamo dire che ci troviamo davanti a un volume monumentale del giornalismo, e se vogliamo essere accademici, di literary journalism e literary naturalism. La discussione circa il posizionamento del giornalismo nella storia della letteratura è acceso e non privo di screzi. Una grande penna e accademico Paolo Calvi, non fatevi ingannare dal nome filo italiano, ha scritto uno splendido saggio-manuale-mondo: The Literary Journalist as a Naturalist per la Palgrave Studies se vi interessano gli ultimi sviluppi in merito.

foto di Luigi Ghirri

Anche in Italia, dal secondo dopoguerra, emergono due diverse poetiche. Da un lato si concepisce la scrittura di viaggio come raffigurazione delle impressioni suscitate nel cuore dell’autore dai paesaggi: in questa estetica, vanno menzionate opere come Italia per terra e per mare di Riccardo Bacchelli e Lo stivale di Bruno Barilli. Dall’altro, ci sono i resoconti che privilegiano una letteratura dei luoghi di natura antropologica e sociologica. A questa seconda categoria si annoverano le opere di autori come Carlo Levi, Guido Piovene e Anna Maria Ortese, Paolo Rumiz, Gianni Celati solo per citarne alcuni. Famosissimo è America primo amore di Mario Soldati che mostra tutta la distanza europea nel recepire il viaggio rispetto al giornalismo d’oltre oceano che risulta ben più strutturato e oggettivo. “Registrare non è riportare” diceva Truman Capote e quest’estetica non è mai stata incarnata dai professionisti di casa nostra.

Caso isolato e felicissimo quello di Gianni Celati che cerca di riportare un calore tutto italiano fuso nella brevità e nella schiettezza della prosa americana. Viaggio in Italia, reso celeberrimo dalle fotografie di Luigi Ghirri, racconta un’Italia nuova rispetto ai Grand Tour dell’800. Un’Italia diversa illustrata da immagini che, quarant’anni fa come oggi, ci permettono di comunicare e trasmettere un volto non stereotipato, ma ‘“di pensiero” del nostro paese. E’ un’opera lenta, silenziosa e ormai rarefatta rispetto al caos contemporaneo di alcune aree del nostro paese. Esattamente come in Strade Blu ciò che è stato registrato è ormai distante anni luce, l’unico tratto costante resta l’umanità sempre plasmata dai luoghi e dai tempi in cui è immersa. Altro testo nostrano imbattibile resta L’Italia in seconda classe di Paolo Rumiz con i disegni di Altan, in cui umorismo e profondità verticale danzano in perfetto equilibrio.

Per citare altri lavori notevoli di divulgazione del grande reportage naturalista la casa editrice italiana Black Coffee ha portato nel nostro paese, nella collana This Land, saggi fondamentali per comprendere il rapporto uomo-natura negli spazi sconfinati del nord America. Gli echi delle blue highways a mio avviso si ritrovano in tre saggi importanti: l’Antropologia del turchese di Ellen Meloy e di Barry Lopez Attraverso spazi aperti e Horizon. Se vi interessa la parte sociologica fossi in voi non mi farei scappare la lettura di Sarah Smarsh e il suo Heartland che è stato terreno fertile per l’ormai celeberrimo Nomadland di Jessica Bruder da cui è stato tratto l’omonimo film premio oscar di Chloé Zhao.

Le Blue Highways

Writing Blue Highways: William Least Heat-Moon - May 28, 2014 - The The Kansas City Public Library

William Trogdon nasce a Kansas City il 27 agosto 1939.. Svolge l’attività di insegnante di inglese a Columbia, nel Missouri, fino al 1978, quando a trentotto anni viene licenziato per il calo degli studenti al college. Il rapporto con la moglie è complesso, e quando, lo stesso giorno del licenziamento, William cerca un po’ di conforto in lei, quest’ultima gli comunica che ha una relazione con un amico. Si trova così senza lavoro e senza moglie. Decide di affidarsi alla sua parte nativa e assume il nome di Least Heat-Moon. Per distinguersi da suo padre, l’unico legittimato a portare il nome Heat-Moon senza ulteriori specifiche, e dal fratello maggiore, che aveva diritto al titolo di Piccolo Heat-Moon, William scelse di adottare il soprannome Least, cioè Minore. La carriera da scrittore nasce nel momento in cui Heat-Moon, dopo aver perso quasi tutto, decide di mollare ogni certezza e partire. Da questo viaggio nasce quello che è definito il suo capolavoro, Blue Highways rimasto per più di 36 settimane il libro più venduto nella classifica del NY Times.

Blue Highways è il primo di una trilogia di resoconti di viaggio attraverso gli Stati Uniti, dove l’autore, con diversi mezzi di trasporto, riscopre e ripercorre le terre del West e l’America ancora incontaminata. Nella seconda opera, PrairyErth (Prateria, 1991), pubblicata nel 1991, l’autore continua a raccontare il territorio americano con una lente di ingrandimento sempre più precisa: le storie e le cronache della piccola contea di Chase County suggeriscono al lettore l’antico e intimo rapporto che c’era tra quelle terre desolate e l’uomo, prima dei grattacieli e delle megalopoli. Se Blue Highways è il resoconto di viaggio attraverso l’America dimenticata, River-Horse: A Voyage Across America (Nikawa, 1999), il libro che chiude la trilogia, è il diario di viaggio attraverso l’America nascosta. È il resoconto di un coast to coast, dall’Hudson all’Oceano Pacifico. Heat-Moon decide di partire, questa volta insieme ad un gruppo di amici, con una piccola barca da pesca, la Nikawa, che in lingua nativa significa «cavallina di fiume». Una volta abbandonato il porto di New York, lo scrittore attraversa il Missouri, il Columbia, la regione dei grandi laghi, il Mississippi e tante altre vie fluviali: se in Blue Highways la regola principale è quella di evitare il sistema viario principale e di rimanere sulle strade secondarie, in River-Horse, l’unica norma è quella di attraversare l’America passando solo per i fiumi. Venticinque anni dopo Blue Highways, Heat-Moon pubblica Roads to Quoz (Le strade per Quoz, 2008), sei brevi vagabondaggi dal Missouri alla Louisiana.

La vita che corre è l’emblema e la necessità ultima che accomuna tutti gli scrittori che abbiamo incontrato sino ad ora. Un primo elemento da rimarcare è la scelta del veicolo: percorrere i confini esterni degli Stati Uniti con un Ford Econoline è una soluzione insolita; lo stesso si può dire per i treni regionali, di certo non i veicoli più veloci per attraversare l’Italia. Abbiamo un numero rilevante di contenuti accomunanti fra tutti i testi fino a qui menzionati: l’attenzione per i dettagli della natura e i relativi cambiamenti in corso; la strada come riflessione sulla vita, metafora di un percorso di mutamento; la centralità dell’incontro e delle storie dei luoghi, collegamento tra passato e presente in un’unica dimensione temporale; la memoria e il valore dei luoghi.

In particolare Heat-Moon ci dimostra come soffermarsi in luoghi che molti considererebbero insignificanti sia invece un modo per preservare le impercettibili e sempre più fragili sfumature che rendono unica ogni cultura. La scrittura di viaggio ha il compito di raccogliere e testimoniare le marginalità del mondo, contrastando i processi che stanno riducendo lo spazio anonimo e nel peggiore dei casi deturpato da processi produttivi.

Un altro libro molto importante riguardo gli effetti dell’inquinamento, uniti alla morfologia del territorio e del cambiamento climatico è l’Età del Fuoco. Una storia vera da un mondo sempre più caldo di John Vaillant in Italia per Iperborea edizioni la cui lettura apre a una ulteriore prospettiva per la non-fiction naturalista.

La “Spoon River di vivi”

Il titolo omaggia una considerazione emersa durante la discussione del nostro gruppo e che cerco di riassumere strada facendo. Muoversi è l’unico modo per «mandare al diavolo il tran tran quotidiano e correre il rischio di vivere il momento secondo le circostanze». Il giorno dell’equinozio di primavera Heat-Moon partì per questo immenso viaggio circolare, quasi 13.000 miglia percorse, da Columbia a Columbia, vivendo nel vano di un furgoncino con un solo obiettivo: visitare i piccoli centri sperduti passando solo attraverso le strade secondarie (che nelle vecchie cartine americane vengono segnate in blu). Il mezzo di trasporto usato da Heat-Moon per questo viaggio è il Ghost Dancing, un furgone Ford Econoline del 1975 (il furgone più piccolo prodotto da Ford in quel periodo). L’autore trasformò il bagagliaio da una scatola di latta a un monolocale, in cui c’era spazio per cucina, letto, bagno e salotto.

Il nome Ghost Dancing è legato per vari motivi alla discendenza nativa dell’autore. Heat-Moon, cioè la Luna del Caldo, per i Sioux corrisponde al mese di luglio, un periodo dell’anno che viene chiamato anche Luna di Sangue, probabilmente per il colore rossastro che assume la luna nelle notti d’estate. La Danza degli Spiriti è, quindi, un’allusione ai riti degli indiani delle Grandi Pianure: questi nativi, con un vestiario decorativo, danzavano «per evocare il ritorno dei guerrieri, dei bisonti e dell’antico fervore di vita destinati a spazzar via il nuovo incubo».

Il nostro autore parte con una lista precisa quanto minimale. Anche i libri che porta con sé sono essenziali Black Elk Speaks (Alce Nero parla, Adelphi) e Leaves of Grass di Whitman (Foglie d’Erba, diverse edizioni). Il viaggio non nasce con degli obiettivi, bensì dalla voglia di cambiare aria, farsi trasportare dalla casualità, vagabondare annotando le esperienze locali con precisione e distacco. Esiste una reciproca corrispondenza tra spostamento e cambiamento; infatti, afferma, «uno degli scopi del viaggio era quello di subirne i disagi per verificare direttamente sulla mia pelle gli effetti di un cambiamento di luoghi e abitudini». Con Whitman, Heat-Moon condivide la necessità di trasformare il testo in una mappa verbale, trasformando le strade blu in una serie di immagini che rappresentano, luoghi, persone, voci e paesaggi dimenticati.

Nella maggior parte dei monologhi interiori Heat-Moon si sofferma sull’incidenza del viaggio nella trasformazione di tre elementi: lo spazio, il tempo e l’identità. Queste tre considerazioni permettono di misurare una sorta di mutamento costante: «Intendevo dire che di solito le azioni passate condizionano il nostro stesso giudizio sulle azioni presenti, e soprattutto l’opinione che gli altri si fanno di noi. Invece in viaggio non possiamo essere diversi da ciò che siamo in quel certo momento. La gente non ci conosce e non ci può rinfacciare il passato. In viaggio non esistono ieri».

Il viaggio è quindi un continuo presente, una prova costante che pone sempre in forse ogni struttura e abitudine acquisita. Heat-Moon verso la fine del viaggio ci ricorda: «Viaggiavo trasognato, immerso in quelle tenebre e in quel ritmo monotono dove passato e presente si confondevano in una sequenza di momenti pervasi di effimere immagini oscure ma staccati da miglia di oblio. In viaggio i cambiamenti sono continui e visibili: non così il tempo, che il viandante può solo dedurre. Il mutamento, e non il tempo, è la quarta dimensione del viaggiatore».

La letteratura di viaggio rende eterna la conoscenza, il ricordo, la solitudine e il cambiamento. Attraverso la scrittura, l’uomo trapassa il tempo e raggiunge anche altre identità che ne sono rispondenti. La lettura di Foglie d’erba si rivela ancora una volta fondamentale nel viaggio di Heat-Moon. Non è un caso, infatti, che in Song of Myself, Whitman riesca a captare e interiorizzare questi concetti in lampi poetici.

Nella maggior parte dei casi, dopo un iniziale sconforto, Heat-Moon ripercorre la storia del luogo in questione, criticando gli effetti del capitalismo e di una globalizzazione che trasforma sempre di più le città in non-luoghi: «trattenermi oltre era inutile: ciò che cercavo non c’era più e le cose che ne occupavano il posto potevo trovarle dovunque». Per questo si rifugia in un luoghi caratteristici, carichi di storia e di una familiarità schietta e americana. Sceglie osterie, locande, tavole calde dove è certo di poter intrattenere scambi e incontri carichi di unicità e particolarità. Con la costruzione delle superhighways, l’America degli anni Cinquanta apre le porte ad un turismo sempre più in crescita, trasformando rapidamente queste nuove vie di comunicazione in luoghi in cui l’omologazione di paesaggi, prodotti e servizi. Gli incontri durante il cammino sono uno degli elementi più significativi nella struttura dell’opera: permettono a Heat-Moon di spostare la narrazione da una dimensione pubblica a quella intimista: «quaggiù arrivi certo a conoscerti, non puoi farne a meno. E arrivi a conoscere gli altri, perché qui dobbiamo tutti aiutarci a vicenda. Qui prima o poi chiunque ha bisogno di aiuto. Per salvare sé stessi bisogna salvarsi a vicenda: è la legge di questa terra». La ricerca dell’autore è un costante legame con l’umanità più autentica e a lui affine.

L’autore concentra il suo interesse sull’identità e la storia degli Stati Uniti nel loro complesso, rilevando due principali filoni di tradizioni culturali e il loro rapporto con il passato: da un lato, la memoria del passato ancestrale dei Nativi delle Grandi Pianure, e dall’altro, il passato della cultura popolare americana, contrapposto alla cultura di massa contemporanea. Questa ricerca non è priva di rischi soprattutto in luoghi dove la comunità si muove in senso reazionario, come ad esempio in Alabama, dove il razzismo e l’oppressione delle minoranze è un linguaggio comune.

L’evasione dalla routine lascia spazio a infinite possibilità, e così che l’autore può trovare in un solo giorno gabbiani nel deserto, passare dal paese delle fiabe, vedere «vigne, foreste, nebbia, sole, pioggia, neve, arcobaleno, dubbi, speranze».

Conclusioni e suggerimenti vari

Nel complesso il testo, una volta superata l’iniziale smarrimento rispetto alla narrativa, ha suscitato emozione ed interesse. La curiosità per i luoghi ha spinto molti a percorrere il viaggio attraverso strumenti e mappe digitali. Una lettura lenta, faticosa ma fondamentale per entrare a pieno nella comprensione e nella vastità degli spazi umani o geografici degli USA.

Se vi è piaciuta la lettura vi consiglio in particolare un testo di narrativa che lo richiama in modo speculare: Nomadland di Jessica Bruder e l’omonimo film di Chloe Zhao. Oltre a tutti i saggi che abbiamo avuto modo di citare.

Come serie tv vi consiglio una serie di documentari su Rai Play – Dreams Road dedicati agli USA. Un programma di Valeria Cagnoni ed Emerson Gattafoni e Milvia Licari.

Vi consiglio anche l’ascolto delle lezioni di Ashley Vasquez per il Johnson County Community College oltre alla conferenza tenuta proprio da Heat – Moon presso la The Kansas City Public Library.

5 pensieri riguardo “Blue Higways- William Least Heat-Moon

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