Oggi mi sono svegliata qualunquista. E vi lancio un grido “per favore non insegnate più letteratura”. Mi sono svegliata male, ho reagito ancora peggio a una giornata altrettanto pesante, ma sono assolutamente seria nelle mie convinzioni. Ho una sottile urgenza di spiegare perché non amo una certa retorica di insegnamento per cui vi ammorberò senza alcuna pietà. Il metodo educativo proposto nei licei e in alcune facoltà umanistiche del “bel” paese è qualcosa di fallace se non forviante. E mi fa imbufalire. La letteratura diventa un fumo gentile, una cosa colorata, facile – come l’insegnamento della storia – e utile solo da alimentare un rifugio per chi non è in grado di fare altro nella vita, a differenza della gente seria che maneggia numeri e altre bizzarrie. Un fondo di verità in tale affermazione esiste. La letteratura è divenuta lo status di snob, intellettuali da salotto altrettanto arroganti quanto supponenti, ma nella sostanza parla di nulla. Certe esperienze letterarie grandiose come quella di Pasolini, Gadda, Montale avevano cercato di spostare l’attenzione sulla funzione letteraria, ci riesce magistralmente anche Barbero Carola in Filosofia della letteratura.
Carola è una rapida “prima si studiava letteratura perché si riteneva trasmettesse valori morali, mai falsità più grande fu concepita”. Ha ragione. La letteratura non deve insegnare un bel nulla, esattamente come l’arte. Nessuno scritto, quindi una rielaborazione personale della realtà e non la realtà stessa, può diventare una sorta di badante per la nostra povera coscienza affranta così come un dipinto non può sostituire la nostra capacità critica di cogliere il bello o il simbolo culturale ad esso correlato. E’ ridicolo pensare che la nostra coscienza diventi migliore dopo esserci imbattuti nel libro Cuore, ma sarà sicuramente solleticata e scossa nel profondo quando leggiamo un fatto di cronaca – spiegando così il nostro gusto italiota per ciò che muore e anche violentemente.
La letteratura come l’arte sono legate attraverso due filoni macroscopici e distanti fra loro (ma solo in apparenza):
- Il piacere
- La religiosità
Un libro che sia “intelligente”, ovvero che sappia parlare a prescindere dall’epoca storica in cui è inserito, è quello in grado di ritrarre l’umano e in particolare le sue infinite sfumature. Ciò che noi definiamo morale è una sciocchezza; il “male” del mondo non è estirpabile, oltre che essere relativo (ma non relativista), e rende possibile per contrasto ciò che noi definiamo “bene”. Una nozione di bene può essere ciò che sopravvive al tempo, un’altra ciò che ci rende euforici, un’altra ciò che spiana una passione con tutto ciò che ne concerne. Questo “bene” vive di simboli che in qualche modo sono iscrivibili in costanti universali, in comportamenti gratuiti e sinceri (anche nella genuina malvagità, chi ha detto che il bene è anche buono?). E questo non si può insegnare, tanto meno scrivere. Si mostra da solo, vive di per sé. Assurdo pensare che Seneca possa dirci come dovrebbe essere la nostra democrazia turbo capitalista. Ci può dire cosa fa godere un uomo di ogni epoca, oppure cosa sia l’amicizia e su cosa si fonda. Ci renderà migliori? Assolutamente no, ma sicuramente ci darà piacere. Potrebbe diventare un antidoto al perbenismo se non altro. Discorso analogo per la religiosità, impulso non negoziabile dell’animo umano. L’arte è uno sfogo di questa ricerca spirituale, un rituale di celebrazione. Manifestare tali sentimenti verso un oggetto di adorazione è sempre un’esperienza religiosa, sia che si tratti di Dio sia che si tratti di un amore o il semplice raccontarsi sulla metropolitana. Scriverne è l’atto finale di un rituale, appunto.
La letteratura, in sostanza, è ciò che ci fa arrestare davanti all’idealismo. E’ un antidoto a ogni forma di astrazione ovvero qualsiasi cosa nel cervello assuma la forma di una ideologia cancerogena. E paradossalmente nel nostro paese viene raccontata proprio come il baluardo dell’idealismo e dei buoni sentimenti, quelli morali. Quelli giusti. Ritorna la frase di Allen Ginsberg “ho scoperto che la poesia non è altro che una articolazione del sentimento, un ritmo”. E’ esattamente questo il punto: perché dovrebbe istruirmi? Deve ispirarmi. E’ diametralmente opposto.
Mi chiedo cosa possa ispirare il libro Cuore a un branco di nativi digitali incattiviti dalla vita che non sanno spiegarsi e sono in quella fase dell’esistenza in cui tutto è nero o bianco. Cosa potrà mai insegnare Enrico Bottini ai ragazzi che aspirano ad entrare a Medicina mentre stanno ancora preparando la maturità e sanno perfettamente che forse dovranno levare le tende da questo paese e al più presto?. D’accordo può darsi che io non abbia capito la bellezza del libro Cuore. Ma siamo sicuri però di non averlo idealizzato?
Qualcuno che la pensa come me lo trovate qui Filippo La Porta, Meno letteratura per favore. Parla della noia di dover rileggere e spiegare artifizi letterari – se non si è addetti ai lavori badi bene (e ha perfettamente ragione!) – e del senso di inadeguatezza che la scienza prova nei confronti dell’arte, in questo caso letteraria. Ancora una volta mi sento di concordare con La Porta. Un atomo vale più di dieci tratti di sociologia. Il cambiamento imperituro, la carica energetica, la bellezza di essere dentro un segreto.
A tal proposito Carla Benedetti in Disumane lettere mette in luce la differenza fra fare letteratura e fare scienza. La perdita di ruolo delle così dette “Lettere” è una questione tutt’altro che ideologica semmai è aver raggiunto il limite di un precipizio ovvero: l’incapacità di dare una struttura linguistica per raccontare il mondo. E’ un tradimento del ruolo fondante lo dice con sprezzante e amara ironia. La letteratura è un patrimonio di tutti coloro che vogliono raccontare il mondo, scienziati compresi, ma li si bistratta come esseri di un altro pianeta.
Riflettiamo.
Se ci pensate il semplice fatto di aver letto la Costituzione non fa di noi buoni cittadini, e l’esempio di cittadini illustri non fa di noi un esempio. Dalla regia dicono che non è un buon argomento. Fate finta che io non abbia detto niente in proposito, ma fatemi un favore personale, togliete libro Cuore dalle liste dei libri delle vacanze di Natale. Grazie.



Il metodo di insegnamento scolastico vigente attualmente tra i banchi di scuola non è dei migliori: siamo d’accordo. La questione è complessa, la letteratura è complessa, la gente (presa nella sua varietà di sensibilità d’animo, di sesso e di età) è complessa. Quindi, che fare? Come il nodo gordiano, recidiamo di netto il problema? Lasciamo la letteratura in preda all’anarchia e al facile impressionismo emotivo? Purtroppo la figura del magister è indispensabile, da che mondo è mondo: nessuno impara da sé. Occorre che qualcuno ci instradi e, soprattutto, occorre avere molta fortuna. E’ vero: film come “L’attimo fuggente” hanno rovinato la categoria dei docenti di lettere NON MENO di quanto abbia fatto la mediocrità stessa della suddetta categoria. Ciononostante non intendo difendere a spada tratta la compagine di professorini e professoroni: i torti ci sono e sono molti. Anch’io ho un limite davanti certi eminenti interventi critici volti a enfatizzare questo o quel deittico o “lezioni di scrittura creativa” ad opera di saccenti penne semisconosciute. In definitiva il problema è complesso ed io non posso, né voglio, dare una soluzione definitiva alla questione. Una cosa però la posso dire. Nel mio piccolo, se non avessi incontrato la professoressa giusta al momento giusto non avrei mai intrapreso la via delle Humanae litterae ed a quest’ora avrei avuto sì il mio bel lavoro impiegatizio in qualche ditta, ma non avrei capito tante cose di letteratura, né tanto meno della vita.
Cara Cinzia, diversamente che per il tuo saggio su “La vie d’Adèle” questa volta non sono d’accordo. E’ vero che la letteratura deve essere liberata da tesi che esulano dalla bontà e bellezza ed efficacia del testo, dalle sue caratteristiche interne, dalla sua coesione e dalla sua coerenza col tempo in cui si vive o incoerenza deliberata. Per questo non ho mai creduto nei poeti o negli scrittori naif, che scrivono quel che gli dettano le viscere o sotto effetto di alcool. Ogni grande scrittore è lucido e consapevole di quel che fa ed è la sua pagina, la diventa, la fa respirare, dopo aver attraversato secoli di cultura letteraria. Dato che ora, qui noi tutti siamo fatalmente posteri. Anche di noi stessi. Ma non si può pensare, per questo, che la letteratura proprio perchè documento di vita non sia carica di possibilità etiche, politiche, estetiche, comunicative…Guai pensare che sia un esercizio fine a se stesso. In un’epoca che ha messo la comunicazione al primo posto tra le attività intellettuali (si comunica ancor prima di pensare) , la letteratura “serve” ad affinare il cervello, ad essere testimoni, a cambiare, se possibili, le sorti individuali e universali. Io credo alla poiein, poesia come azione secondo l’etimologia greca. E ha ragione chi è intervenuto nel commento precedente. Se non fosse per gli scrittori o studiosi o insegnanti che hanno fatto comprendere la necessità vitale della letteratura come salvezza ora saremmo più miseri più conformisti più automi di quanto già l’umanità sia. Per battere il sistema dell’ignoranza e dell’omologazione, è necessaria come il respiro l’arte della letteratura.
Aggiungo che bisogna essere molto prudenti prima di lanciare campagne come questa che possono essere facilmente equivocate. Io sono scrittrice, faccio ricerca ma ho insegnato letteratura per vent’anni e sono fiera di incontrare allievi che continuano a leggere e ad appassionarsi. Non gettate discredito su una categoria che si regge sulle proprie forze, sottopagata e frustrata . Le responsabilità non sono degli insegnanti ma del sistema che produce pseudointellettuali che scrivono dappertutto senza aver approfondito quasi nulla di ciò che si vantano di sapere. E’ proprio dal nodo ignoranza-presunzione che nascono tutti i vizi della subcultura italiana.
Ciao Alessandra. Chiedo scusa a Paola ho letto ora i vostri commenti. Intanto grazie per la discussione. Faccio una premessa io non intendo inflazionare l’insegnamento né lo metto in disussione la mia è una critica di metodo. Ho 26 anni pubblico dove capita e ciò che mi ha sorretto sino ad ora oltre all’amore per l’arte sopra ogni altra cosa è la filosofia. Mi hanno abituata sin da piccolissima al non fermarmi alla forma che dovrebbe essere sostanza ma non è. Appunto il canone italiano, quello ministeriale per intenderci per me è castrante e la colpa è anche degli insegnanti chi propone al liceo i grandi contemporanei che hanno i sé gli stimoli per interpretare la realta e che rendono appunto la letteratura non un esercizio di stile ma linguaggio? La mia critica parte da qui, non certo inflazionare l’insegamento. Secondariamente da sempre sono contro ogni pedagogia della lettratura che non sia l’insegnamento estetico di un messaggio. Ma non ha in sé dal mio punto di vista nessuna possibilità di essere qualcosa di più che un mezzo per conoscere noi stessi il mondo, ma a posteriori prima vengono i nostri destini. Se vogliamo una metafora non è uno scudo per me è un mantello con cappuccio che ripara dalla pioggia. Io non ho potuto finire l’universita perché non me la potevo permettere la mia specializzazione è stata la Biblioteca statale. Amore e fatica, non ho avuto la fortuna di avviarmi alla ricerca né poterla sperimentare con colleghi o il mondo accademico. Ma non mi sento improvvistata nella mia laurea triennale ho appreso un metodo profondo e un gusto che mai avrei potuto scegliere senza l’insegnamento. Ma lo studio filologico dei Canti leopardini non mi ha reso meno analfabeta, la filosofia politica non ha fatto di me un buon cittadibo, la filosofia teoretica e estetica non hanno fatto di me una donna meno sprovveduta. La vita duramente non mi ha reso migiore. Le miè scelte e la libertà di poter farmI ispirare e rielaborare mi hanno permesso di scrivere per professione. Senza l’insegnamento della libertà di ispiarazione e rielaborazione si castra ogni cosa
Scusate i refusi ma scrivere da cellulare è stata un’esperienza da non ripetere