La cultura non si eredita, si conquista: La schivata.

La mia recensione per Giornale Apollo: http://giornaleapollo.it/24965/cultura-non-si-eredita-si-conquista-schivata/

 

L’opera seconda di Kechiche da vita a un sobborgo parigino attraverso l’adolescenza vivace di una ragazza carina e sveglia di nome Lydia e del suo compagno Krimo. Lydia frequenta con passione ardente un corso di teatro che la vede protagonista del saggio di fine anno, ma soprattutto Lydia è francese e pienamente consapevole della sua classe autoctona rispetto alla stragrande maggioranza dei suoi compagni di classe immigrati e di religione mussulmana. Krimo invece è un ragazzo taciturno defilato rispetto ai suoi compagni che ostentano un reale smarrimento camuffandolo con gesti e azioni deplorevoli.

Il film ha il suo inizio quando Krimo accompagna Lydia a contrattare col sarto cinese un costume settecentesco per lo spettacolo. Ed è qui che inizia l’acuto esperimento di Kechiche che mescola linguaggio teatrale e cinematografico fuso in un melting pot di citazioni gergali e raffinati rimandi letterari. Krimo scippa la parte del protagonista maschile e insegue il suo amore per Lydia durante tutto il film che diventa parte stessa dello spettacolo finale; amaro proprio come la commedia messa in scena.

Se Tutta colpa di Voltaire apriva la strada a Cous CousLa schivata spianerà la strada a La vita di Adele. Questi due film sono legati, infatti, da un rimando letterario comune: Pierre de Marivaux. Considerato il più grande drammaturgo francese, Marivaux innova il teatro con un espediente concettuale nuovo: l’illusione dell’innamoramento.

L’opera citata ne La schivata è il magnifico “Il gioco dell’amore e del caso” in cui i quattro protagonisti si scambiano i propri ruoli sociali per inseguire un amore reciproco che si dimostrerà poi vano. L’amore diventa non solo un gioco, una partita di strategia e arguzia ma soprattutto diviene un’enorme e irrimediabile illusione; una follia accettata a livello sociale per poter stringere legami che diano forma a una commedia degli equivoci, sale stesso della vita. L’amore diviene un microcosmo in cui inserire tutte le grandi lotte sociali, un pretesto narrativo che solo con l’avvento della psicologia novecentesca assumerà poi connotazioni intimistiche. La dinamica predominante, portata a livelli estremi in La vita di Adele, è l’incapacità degli amanti di poter vincere la propria condizione sociale nonostante siano mossi da reali desideri sentimentali. Figura chiave è l’insegnante di teatro. Ella cerca di mediare e incanalare l’entusiasmo dei ragazzi verso una seria riflessione sul sentimento ma soprattutto sulle contraddizioni imposte dalla tradizione che sembrano appesantire e complicare l’incapacità di ognuno di vivere un sentimento senza subirlo. Kechiche attraverso questa figura istituzionale è molto chiaro: siamo prigionieri della nostra condizione sociale. Possiamo imitare le persone ricche, colte, o quant’altro ma se non facciamo parte di questo gruppo dalla nascita saremo sempre degli estranei non solo riconoscibili, ma grotteschi ai nostri e altrui occhi.  Ogni essere umano è prigioniero del linguaggio appreso dalla nascita (il Caso) e nessuna forza gloriosa, ebbene anche l’amore, lo possono trasformare in un’altra persona. Queste dinamiche sentimentali aprono a ben altri mondi, ben più importanti della classe di appartenenza, ovvero ci svelano la nostra identità, il nostro carattere e verso cosa siamo affini. Più scopriamo chi siamo meglio possiamo aderire alla nostra identità, incarnando il concetto stesso di libertà. La cultura in questo processo è semplicemente un promemoria, un campanello d’allarme verso la sociale apatia che ci relega in gruppi indistinti e casuali. Come dice Krimo, ma anche Emma inLa vita di Adeleil caso non esistescoprire chi siamo (oltre la nostra classe di appartenenza) è il nostro compito, la nostra missione di uomini.

Solo se sappiamo chi siamo possiamo amare qualcuno, infatti l’amore tratteggiato da Marivaux, lo stesso sentimento di Krimo (e di Emma) non sono quello che comunemente chiamiamo amore ben sì illusione. Kechiche ci mette in guardia dalla nostra facilità nel definire un sentimento tanto alto e complesso con dinamiche viziate dai nostri bisogni momentanei, desideri di affermazione sociale o di appartenenza. L’imitazione del sentimento è pur sempre un’imitazione, esattamente come l’imitazione sociale. Krimo, inoltre, sottolinea quanto sia impossibile ereditare un ruolo (paga per avere la parte) ma non essendosi allenato, e non possedendo la reale propensione e passione, fallisce miseramente non solo come attore ma anche come persona. Lo vediamo appunto isolato rispetto alla sua cerchia di coetanei che con i denti e la forza del proprio vissuto tentano di darsi una dimensione.

Il film è impostato in una regia ancora molto scolastica e poco innovativa rispetto ai successivi film. L’iper-realismo didascalico è ancora in fase di elaborazione e l’immagine volutamente sporca e poco nitida ci restituisce il concetto di incapacità di ritrarre il reale in tutte le sue sfumature, ma nel complesso risulta un espediente sbrigativo . E’ ancora presente il pro filmico ovvero la scenografia della storia è pulsante e respiriamo il luogo in cui avviene la commedia a differenza di Cous Cous e La vita di Adele in cui il luogo di immersione dei protagonisti è assolutamente irrilevante. Kechiche analizza il rapporto realtà-finzione cercando di abbattere definitivamente il pro filmico in un lento processo creativo in cui  il dislivello si assottiglia al punto di rendere impalpabile il concetto stesso di trama, finzione e rappresentazione tramite l’utilizzo di un montaggio frenetico di corpi, dell’ambiente e l’utilizzo di attori non professionisti.

Splendido è il tentativo di restituire senza filtri il reale linguaggio adolescenziale fatto di un esasperato turpiloquio dove la violenza inespressa a livello materiale diviene reale nelle parole, nei gesti ma soprattutto nei silenzi indifferenti dei giovani davanti alle prove della vita. Parlare significa affermarsi e i protagonisti man mano lo comprendono e si impongono sulla scena. L’asprezza stilistica giova alla credibilità della vicenda ad alto rischio buonismo, evitato tramite una caratterizzazione tutt’altro che piatta e stereotipata. Stupefacente è la cura del sonoro, un impasto indistinto in cui si accavallano rumori e dialoghi. Il linguaggio diventa un vero e proprio luogo di combattimento.

La visione è quindi consigliata, ma impostate i sottotitoli e godetevelo in lingua originale.

 

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