La mia recensione per Giornale Apollo: http://giornaleapollo.it/23840/grano-macina-cous-cous/
Titolo originale: La Graine et le mulet
Regia: Abdellatif Kechiche
Cast: Habib Boufares, Hafsia Herzi, Faridah Benkhetache, Abdelhamid Aktouche, Bouraouia Marzouk, Alice Houri, Leila D’Issernio
Genere: Drammatico
2007
151 min
Slimane (Habib Boufares) è un maghrebino sessantunenne che lavora come manovale nel porto di una città francese. Integrato nella multietinica cittadina, eppure provinciale, viene licenziato a causa della sua età ormai avanzata. Senza contributi sufficienti alla pensione Slimane è costretto a ripartire da capo. Qui entrano in gioco le famiglie di Slimane. Divorziato, vive nell’albergo di proprietà dell’attuale compagna, insieme a quest’ultima e alla figlia di lei, Rym, alla quale è molto legato. La ex moglie, dalla quale ha avuto diversi figli, è un’ottima cuoca di cuscus e dà cene in cui si riunisce tutta la famiglia. Aiutato dalla mente vivace di Rym (la bellissima Hafsia Herzi) inizia a progettare l’apertura di un ristorante su una barca ancorata nel porto dove servire il cuscus cucinato dalla ex moglie. Inizia, sempre con l’aiuto di Rym, a chiedere i permessi e i finanziamenti necessari, ma si trova bloccato in un circolo vizioso di rifiuti burocratici. Decide allora di preparare comunque il ristorante, con l’aiuto dei figli, e di dare una cena “dimostrativa” a cui invitare i vari funzionari dai quali dipende la realizzazione del progetto. Una serie di circostanze e coincidenze micidiali stanno per minare l’idillio fino a quel momento instaurato con tanta fatica e perseveranza.
Cous Cous è un film liquido che si discioglie in diversi centri, danzando sulle vite sospese dei protagonisti senza alcuna distanza narrativa, ma vi entra con prepotenza. Questa tecnica è il marchio del regista tunisino che inizia a formarsi in La schivata, proseguendo in Cous Cous e trionfando nella Palma D’Oro La Vita di Adele. Kechiche torna, tuttavia, a dialogare con il suo primo film Per colpa di Voltaire , mostrando quel sentimento non scontato di integrazione. Il regista ha la volontà di mostrare quanto sia faticoso un processo culturale e mai indolore. Le tradizioni vengono svendute con estrema facilità, o meglio necessità, e la cultura europea prima refrattaria ne trae comunque un beneficio autentico, anche se minacciata e spesso vilipesa. La comunità arranca, ha idee, è viva e vuole poter desiderare.
I personaggi di Kechiche, in questo film in particolare, hanno una profonda nostalgia di desideri autentici che nascono dal benessere (tanto sudato) e si tramutano in speranze. Rym vuole poter sentirsi donna, esercitare il suo fascino e poter divorare con intensità le opportunità della giovinezza esattamente come divora il cous cous della ex moglie di Slimane. Si scontra con la burocrazia francese, ma anche con la burocrazia dei preconcetti della famiglia di Slimane, della comunità maghrebina e la burocrazia dei sentimenti messa in atto dalla madre cercando di posticipare l’ingresso della figlia nell’età adulta. Siamo così catapultati in diversi desideri, soprattutto quando respiriamo le solitudini di Slimane e la dolcezza mai interrotta della sua ex moglie attraverso quella telecamera che ci porta dritti al centro della scena, nelle viscere dei personaggi, sotto la pelle, respiriamo la loro stessa aria. Se questa tecnica ci appare quasi ossessiva, un terremoto che ci porta a seguire le bocche, gli occhi, le rughe, le mani in una frenetica danza ritmica, è solo il preludio verso quello che è il capolavoro definitivo di Kechiche La vita di Adele.
Non esiste alcuna armonia nel film, tutto è frenetico, tutto è caotico. Impossibile tradurre tutte le espressioni, le reciproche incomprensioni, ci troviamo in una Babele pulsante e primordiale, tanto attraente quanto disgregante e mortifera. Il simbolo del caos è proprio la tavola: le voci si sovrappongono, le generazioni non dialogano ma si parlano addosso, l’unico elemento sbiadito è la matriarca che serve il cous cous cercando faticosamente di impedire ai suoi figli di scannarsi senza un reale motivo. E’ un gioco di passione e dolore, esattamente come il ballo a cui si presta Rym per allietare la fallimentare serata divenendo egli stessa il nuovo centro della scena, e di tutta la narrazione. Se prima era il povero Slimane a sobbarcarsi il peso della famiglia e del lavoro, ora è la semente che è diventata matura a nutrire i commensali ripagando tutti del lavoro compiuto, dell’attesa in suo nome e della gioia nel poterla assaporare.
Il vecchio Slimane cede il passo a quel nuovo (Rym) come una semenza generatrice di un nuovo sfrontato prototipo socio-culturale, senza riti di passaggio ma soprattutto senza territorio, non è un caso che il ristorante galleggi in mare aperto e non abbia alcuna radice nella Terra come locus caratterizzante. Tutto è caos. E’ proprio in questo caos in cui non esiste né inizio né fine lo svanire del film, come un interrogativo tanto disperato, quanto curioso, sul futuro del globo, ormai coinvolto nel processo irreversibile di mescolanza di ogni genere, cultura e mentalità.
Come sempre la tecnica della camera è funzionale al concetto, alla poesia narrativa di rimandi letterari e filosofici, ma anche popolari come le canzoni e le danze tradizionali. La camera e la regia ci mostrano un piatto unico in cui convivono raffinatezze di ogni tipo, ma che va gustato con le mani dimenticandosi di ogni pudore o preconcetto culturale e morale. In sostanza non è un film da capire, ma da vivere come ogni film di Kechiche.La recitazione di attori semi sconosciuti si dimostra ancora una scelta vincente ed estremamente coinvolgente. Le donne di Kechiche sono giunoniche, splendide nelle loro forme mai convenzionali, sensualissime, mai posate, anzi smodate e sanguinee. Affida come sempre alle donne il nuovo, un concetto altro di bellezza, armonia, pace e prosperità.
