La mia recensione per Giornale Apollo : http://giornaleapollo.it/19207/tracks-deserto-non-incendia/
1977 Australia. Robyn Davidson (Mia Wasikowska) venticinque anni e un sogno, o meglio un’ossessione, attraversare il deserto australiano per raggiungere l’oceano. A seguirla nell’impresa in solitudine la fedelissima Diggity una cagnolona mansueta e nera come la pece. Faticosamente la Davidson riesce ad addestrare tre cammelli che la aiuteranno nella fatica di trasportare acqua e cibo per tutti i 2700 km. L’impresa, sponsorizzata dal National Geopraphic e dal fotografo Rick Smolan (Adam Driver), in brevissimo tempo diventa una leggenda e un’attrazione turistica: tutti vogliono rubare qualcosa dal viaggio della Signora dei Cammelli.
John Curran, basandosi sulla storia vera della Davidson raccontata nel best seller Tracks e sul reportage di Rick Smolan, ricrea l’atmosfera di questo viaggio ai confini della sopravvivenza in cui è facile smarrirsi e perdere anche il senso profondo della propria esistenza andando incontro a quello che Conrad chiamava il cuore di tenebra, ovvero il confine fra vita e il mistero selvaggio.
Quello di Curran è un tentativo, lodevole, ma un abbozzato lontano dall’essere completo. E’ un film che non scalda, stilisticamente ridondante e troppo asciutto su alcuni particolari che avrebbero dato una terza dimensione alla narrazione che invece scorre via in maniera apatica. Non posso credere che una persona come la Davidson, così assetata di vita e scoperta, si limiti a relegare la propria impresa a un piatto “A chi mi domanda: “Perché?”, io rispondo: “Perché no?”
E ancora, perché questa giovane sembra non avere alcuna percezione dell’ignoto e non ha alcuna reale paura di evaporare sotto quella calura insopportabile? Il parallelismo con il film Into the wild viene quasi spontaneo, non tanto per la qualità registica ma per quella narrativa. Attraverso il freddo dell’Alaska potevamo scorgere i reali dubbi del ragazzo e la determinazione con cui affrontava le avversità. Curran trasforma la protagonista di Tracks in una idealizzazione del viaggiatore e del senso stesso di viaggio. Gira attorno alla ragazza, filma la sua pelle arsa dal sole, i suoi compagni di avventura, i suoi tentativi goffi di fare amicizia con gli aborigeni ma non entra mai nella sua psiche. La accarezza come la tempesta di sabbia nulla più. Certo il deserto è il vero protagonista e in quei lunghissimi piani sequenza lo percepiamo sulla pelle, ne sentiamo l’ostilità e questo salva il film dal baratro.
Mi sono piaciute due cose: la mancata traduzione del dialetto aborigeno e lo spazio lasciato agli animali. Nella prima il messaggio importante è stato reso pienamente ovvero che le parole che usiamo per comunicare (anche le cose più essenziali) sono davvero sopravvalutate ma soprattutto creano incomprensioni. I gesti che si scambiano la Davidson e i suoi compagni di viaggio autoctoni sono essenziali ma carichi di gentilezza e significato. E’ un rispettarsi oltre la cultura, una perfetta esaltazione di quella che si chiama pacifica coesistenza.
La seconda è appunto l’importanza degli animali nella vita umana. Diamo troppo spesso per scontati questi doni che la natura ci ha posto al nostro fianco. La compagnia del cane è fondamentale per l’equilibrio della protagonista. E’ un’amica essenziale. Anche i tre cammelli (quattro con il cucciolo) mostrano quanto saremmo persi se da un giorno all’altro dovessero abbandonarci e lasciarci soli nel creato. Cosa sarebbe l’uomo senza la presenza dell’animale? Non tanto per il cibo, l’animale viene sacrificato per l’alimentazione solo in casi di estrema sciagura, ma perché ci aiutano a sopportare il peso degli eventi. Non sono cavalcature meccaniche (come ama sottolineare il motociclista incontrato nell’impresa) sono vive e tramite le loro sensazioni, umori, possiamo entrare in relazione e questo da un senso di pienezza al nostro abitare il mondo. Forse non è un caso che nella Genesi prima vengano gli animali e poi l’uomo, se l’uomo deve essere il custode del creato la nostra protagonista ha assolto magistralmente il suo compito. Peccato sia l’unica nota di calore del film. La volontà di tratteggiare la Davidson come una donna schiva verso il proprio prossimo è fin troppo marcata, generando quasi un fastidio e un giudizio del tutto sommario su chi compie gesti tanto avventurosi e spericolati.
Bella la scelta di abbandonare ogni colonna sonora facendo risaltare i rumori della fatica, del vociare dei cammelli, o del silenzio terrificante del deserto come un mistero selvaggio e senza tempo. Poetica la malinconia che inizia ad attraversare la protagonista, e subito alleviata da una piccola radio da viaggio. Le canzoni anni ’50 arrivano distorte all’orecchio sia della Wasikowska sia a quello dello spettatore aiutando a lenire il senso di smarrimento (e sulla ragione stessa del film).
A mio avviso una pellicola piacevole, sicuramente curata, e consigliata per serate di relax senza troppe ambizioni.
