La mia recensione per Giornale Apollo: http://giornaleapollo.it/17172/gioia-mio-carattere-tutta-colpa-voltaire/
E’ impossibile scindere le opere dell’artista tunisino Abdellatif Kechiche rappresentando, in quest’ottica, un raro caso odierno di dialogo inter-filmico. Per certi versi solo Venere nera rappresenta uno stacco da quell’analisi delicata e al contempo ossessiva del realismo della vita occidentale contemporanea. I temi si rincorrono in tutte le sue opere e confluiscono magistralmente in una chiusa come:La vita di Adele vincitore (fra le polemiche) della Palma D’Oro a Cannes nel 2013.
La base di questo flusso è Tutta colpa di Voltaire.
Film del 2000 vince Premio Luigi De Laurentiis per la miglior opera primaalla 57ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.I titoli come le citazioni presenti nella pellicola non sono mai casuali, volontà di Kechiche è dimostrare quanto la cultura condizioni non solo la nostra visione della realtà ma anche la nostra relazione e approccio ad essa. In questo caso il titolo è preso dai Miserabili di Victor Hugo: On est laid à Nanterre/C’est la faute à Voltaire/ Je ne suis pas notaire/C’est la faute à Voltaire /Joie est mon caractère/C’est la faute à Voltaire /Je suis tombé par terre/C’est la faute à Voltaire(“Se sono brutti a Nanterre, la colpa è di Voltaire/non sono un notaio, la colpa è di Voltaire/la gioia è il mio carattere, la colpa è di Voltaire/sono caduto a terra, la colpa è di Voltaire”), canta Gavroche che abbandonato dal padre vive fra le barricate della Parigi insorta del 1832, dove trova la morte prematura, proprio mentre intona queste strofe.
In questo caso Jallel è veramente il ritratto della gioia. Tunisino d’origine, è desideroso di raggiungere un paese dove fare più soldi da spedire alla famiglia numerosa di cui ormai lui si sente responsabile dopo la morte del padre. Se tanta gioia e speranza sprofondano nella miseria è davvero tutta colpa di Voltaire, ovvero della Francia, se non hanno alcuno sbocco di realizzazione? Non esiste alcuno sguardo di commiserazione in Kechiche e si può dire calchi la mano (pesantemente) in ogni direzione. E’ un realista nel senso stretto del termine per cui la risposta alla domanda biblica “sono forse io responsabile di mio fratello?” è sempre sì. Jallel è un’anima gentile, conosce la poesia e ama prendersi di conseguenza cura degli altri. Chi non ha orecchie per intendere la bellezza raramente ha la predisposizione per accettare chi è diverso ed emarginato.
Tutta colpa di Voltaire è nettamente diviso in due parti: nella prima Jallel cerca di ambientarsi nella sua nuova città e di regolarizzare la sua situazione a livello burocratico, sostenuto dall’incontro con Nassera, nella seconda, poi, prosegue la sua ricerca di una possibile vita dignitosa a Parigi, affiancato da un nuovo personaggio femminile, Lucie fragilissima emotivamente e profondamente bipolare e ninfomane. Si costruisce una parabola discendente che ha il suo vertice nel momento del mancato matrimonio bianco per ottenere la cittadinanza francese (ma non solo) fra Jallel e Nassera, evento che segna l’inizio della discesa di Jallel, che si concluderà con il rimpatrio coatto e la separazione da Lucie, con la quale ha intessuto a fatica una difficile relazione. Si chiude così la parabola con cui Jallel mette fine alle sue bugie buone: basta sotterfugi burocratici, lavoro nero, mancanza di documenti, fughe e via discorrendo.
Sullo sfondo troviamo le dicotomie a contrasto che tanto piacciono a Kechiche e sono presenti in tutti i suoi film, ma che sono la base della realtà stessa:
- Illusione / Realtà
- Utopia / Realtà
- Sentimento / Società
- Classe sociale occidentale / Classe sociale immigrata
- Cultura occidentale / Cultura araba in senso lato
A far da sfondo alle prime scene, citata verbalmente e da locandine affisse alle pareti, è la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, orgoglio della Francia rivoluzionaria promotrice di libertà, uguaglianza e fraternità. La Dichiarazione sancisce l’uguaglianza di tutti gli uomini, la libertà della persona, il diritto alla proprietà, alla sicurezza e alla resistenza all’oppressione, ma prosegue anche sottolineando che la libertà di ciascuno termina laddove risulti dannosa o limitante per la libertà altrui. Kechiche sottolinea che questa profonda conquista non può essere data per scontata e presuppone un senso di responsabilità comune. In quest’ottica la Francia, che comunque lo accoglie e lo ammette fra i suoi cittadini ospiti, svolge un ruolo di materna matrigna che Jallel non ha fatto altro che tradire. Non vede rispettati i suoi diritti, ma da parte sua tenta di risolvere la sua situazione con menzogne e sotterfugi illeciti che non riescono a garantirgli né sicurezza, né protezione. L’Illusione è quindi doppia che si infrange sulle barriere di incomprensioni, arrivismi ed egoismi secolari. La lotta fra le società è solo accennata, esattamente come la differenza di ceto e di classe cosa che emergerà nei film successivi come avremo modo di vedere. In questo preciso contesto i disperati di Tutta colpa di Voltaire sono accumunati da una tacita fratellanza nella disperazione, complici anche del buon Frank e dall’assistente sociale che si adopera per la loro operazione negli ostelli organizzando momenti per la socializzazione.
Tutt’altra accoglienza verrà riservata alla povera Lucie nell’ospedale psichiatrico dove incontrerà Jallel. I medici si occupano in modo paternalistico e freddo con persone profondamente bisognose di calore e vicinanza, dimostrando tutta la profonda diffidenza del regista verso la scienza e l’Illuminismo scientifico che culminerà con il film Venere nera, dove la scienza diventa il pretesto per dimostrare la superiorità dell’uomo occidentale su creature e culture considerate diverse e quindi inferiori.
Le donne nelle opere di Kechiche hanno sempre un posto di rilievo per evidenziare tutti i pregiudizi della società e della mentalità comune. Nassera donna sola e indipendente verrà accolta dagli amici di Jallel, come pericolosa, quasi una sgualdrina.
Lucie si innamora di Jallel, ma, benchè accettata da quest’ultimo, non riesce ad inserirsi a pieno nella società che la circonda, al punto da distaccarsene anche sul piano cromatico: quando, per stare vicino a Jallel, affronta il mondo all’esterno della ristretta realtà della clinica, indossa una sgualcita giacca rossa che la distingue dalle altre persone sulla scena, caratterizzate da tonalità spente che vanno dal grigio al marrone.
Il tutto genera un’illusione filmica non solo credibile ma anche teneramente reale e dolorosa. Numerosi inserimenti di lingua (non tradotta, né sottotitolata) e di musica araba e occidentalizzata, contribuiscono a creare un’atmosfera credibile. Il primo film risulta quindi, rispetto ai successivi, acerbo ma ha in sé l’intero connotato cromatico che andremo in seguito a svelare analizzando le sue opere più importanti. Di fatto la regia in questo film è ancora statica e scolastica, cosa che invece assumerà un’importanza totale e che contraddistinguerà il regista nel corso del tempo, sino a diventare un tratto fondamentale per la vittoria alla Palma d’Oro dove raggiungerà una profonda rottura con tutto il cinema degli ultimi anni. Cosa importante, e che rivedremo spesso, la scelta di attori quasi sconosciuti con cui Kechiche lavora in modo estremamente pignolo e severo, trasformandoli molto spesso in attori professionisti, basti pensare a Léa Seydoux.
