La mia recensione per Giornale Apollo: http://giornaleapollo.it/18859/alabama-monroe-poesia/
Belgio. Ci sono tre grandi protagonisti. Elise che fa la tatuatrice (Veerle Baetens) e si incide sulla pelle la vita trasformandola e plasmandola quando non tiene il passo con essa. Poi c’è Didier (Johan Heldenbergh) cantante e compositorebluegrass che suona il banjo in un gruppetto belga innamorato del mito dell’America rurale. Fra i due è amore a prima vista, di quelli che sembrano modificare il senso stesso dell’esistenza. A Didier, infatti, vanno per aria i piani e le ideologie su cui aveva basato la propria vita sino ad allora. Diventando genitore, esattamente come accade ad Elise, scopre un senso di pienezza in quella vita tranquilla ricreata in un ranch lontano dalle complicazioni della urbanizzazione. Maybelle, la loro bambina, è il ritratto della gioia e della naturalezza. Il terzo protagonista è la musica blues dove Elise e Didier troveranno massima espressione di loro stessi e della loro gioia di vivere. I due si nutrono di arte in maniera totale e che, come si vedrà in seguito, sarà fondamentale nel loro percorso di coppia e di vita. Gli amici di sempre, i musicisti della loro band, fanno da sfondo a questo idillio che si spezza, appunto come un circolo mancato di felicità, fino allo stremo delle forze. Il fattore scatenante del crollo è il tumore della piccola Maybelle e il disperato tentativo di salvarle la vita.
Il film giustamente blasonato è stato il diretto concorrente nella notte degli Oscar del nostrano La grande bellezza. Alabama Monroe ha vinto un Cesar, battendo proprio La Grande Bellezza, un Satellite Award e un European Film Award, andato alla meravigliosa attrice Veerle Baetens, oltre a due riconoscimenti al Tribeca Film Festival e al Festival di Berlino. Al nostro Sorrentino si può dire tranquillamente “vincere per un soffio”.
Partiamo dal fatto che questa pellicola nasce da un’opera teatrale di Johan Heldenbergh, appunto il protagonista maschile che da prova di enorme talento. Ma Veerle Baetens è titanica. C’è qualcosa nella sua interpretazione di reale e vivo da rendere il dramma ancora più sentito e terribile. La sua voce, che intona le canzoni amate da Didier, scioglie quel dolore in una musica carica di grazia e sorrisi di pura poesia sonora e visiva. A vincere sopra ogni cosa è la regia che alterna sapientemente il dolore del presente con la dolcezza dei ricordi facendoli fluire con la musica che irrompe in quei luoghi silenzi in cui iniziamo ad interrogaci sul fatto che la vita non sia poi davvero un dono, ma forse una condanna. Ed è proprio in quel preciso instante che esplode la musica e ti trascina al punto di voler danzare nonostante l’ombra opprimente della fine. E’ la vera essenza della musica blues: quelle note blu appunto che danno origine alla consapevolezza amara, ma anche gioiosa, che un altrove ci attende sicuramente migliore di ciò che siamo stati costretti a sopportare. Ma i cantori blues non sono degli ingrati e attraverso il dolore manifestano un amore e un attaccamento alla terra come raramente si è visto fare nella storia della musica (e nell’arte in generale). I nostri due protagonisti sono il ritratto disperato di un amore per la vita anche se ingiusta, e priva talvolta di ogni logica.
In quest’ottica il film supera tutte le polemiche che lo volevano relegato a pura copia del, seppur grande, La guerra è dichiarata di Valérie Donzelli. Alabama Monroe è un’opera poetica, un inno lirico alla vita che supera il concetto di trama o degli stessi simboli che accadono in questo lungo percorso. Didier è un Giobbe silenzioso che sopporta con rabbia nel suo fiero razionalismo e cinismo ma lasciandosi cullare dalla spiritualità decisa e mai chiassosa di Elise che però non vince appunto la realtà dei fatti. La trama in questo caso è secondaria, la differenza sta nel modo in cui questo inno si spalanca attraverso un dolore tanto estremo e privato come quello di una madre e di un padre costretti a rinunciare alla più grande delle felicità.
Questa lunga danza di vita e morte, spiritualità e raziocinio, di scienza e fede si scioglie in quel silenzio attonito rotto solo dalla musica che ci avvicina tutti inspiegabilmente, soprattutto nel più grande dei misteri: la morte. La chitarra acustica, il banjo, il mandolino, il violino e il contrabbasso, la voce dei due cantanti, musicano i sentimenti, i ricordi, le speranze e le consapevolezze che altrimenti sarebbero narrate in modo classico e piatto ma il montatore Nico Leunen ha avuto la capacità di sciogliere lo spettatore, cullato da una meravigliosa colonna sonora country e dall’incredibile voce dei suoi due protagonisti talmente bravi ed emotivamente travolgenti da lasciare basiti, cosa che non accade assolutamente nel film di Donzelli.
Il Belgio blues è tratteggiato da colori caldissimi, gioia e idealizzazione di quel mito americano della frontiera che tanto ha dato agli europei, soprattutto in questi anni interminabili di crisi. Chi non ha mai pensato come il protagonista “di poter raggiungere una frontiera nuova e ricominciare una vita diversa”? Eppure il film diventa un’accusa all’America, troppo cattolica e ottusa per superare i propri limiti religiosi e aprirsi alle possibilità della scienza che oggi come non mai ci spalanca davanti a drammi etici. L’America da Terra in cui poter risorgere e dar vita ai propri sogni, diventa l’America colpita a morte dall’11 settembre e tranquillizzata dal Presidente George W. Bush la notte stessa degli attentati. E’ stesso Presidente che nel 2006 porrà un macigno sulla legge per rendere piu’ semplice la ricerca sulle cellule staminali embrionali.
E’ un film pensato per raccontare un Belgio nuovo eppure è un film universale soprattutto in quella festa crudele, il finale, che ci rassicura nella nostra placida certezza quotidiana. Quella “luce che ci sarà sempre”, come ha detto Didier, è in noi anche se la nominiamo in modo differente e non la possiamo più adorare con superstizione come facevano i nostri padri. Alabama Monroe incide lo spettatore nella coscienza come se fosse uno dei tanti tattoo della bellissima Elise, che canta sul palco serena di essere “una fra i giusti” che si avvia in un percorso nuovo senza curarsi della destinazione e del peso da sopportare.
Alabama Monroe non deve suscitare nessuna riflessione, solo un appassionato quanto rispettoso silenzio. E comunque le canzoni non vi si leveranno dalla testa.
