Lavoro e odio: il fondamentalista riluttante

La mia recensione per Giornale Apollo: http://giornaleapollo.it/12269/odio-fondamentalista-riluttante/

Pakistan 2010. Il Paese è sconvolto da continue manifestazioni studentesche, di appartenenza islamica, mosse da diversi risentimenti soprattutto ideologici. Al centro di questi scontri troviamo il giovanissimo professore Changez Khan (Riz Ahmed). Assistiamo alla sua intervista con il giornalista americano Bobby Lincoln (Liev Schreiber) in cerca di scoop ma soprattutto di verità circa il legame tra islam e odio fanatico. Scopriamo che Changez è laureato a Princeton, è un figlio di una ricca e facoltosa famiglia pachistana ma cosa fondamentale è stato un ambizioso squalo di Wall Street prima dell’attacco dell’11 settembre. Dopo l’episodio epocale che ha segnato la storia dell’Occidente contemporaneo anche la sua vita entra in una spirale insensata di odio, pregiudizio e frustrazione. La sua amata Erica (Kate Hudson) inizia a spaventarsi delle conseguenze del loro rapporto, e Changez dopo una rovinosa caduta, decide di tornare in seno alla propria cultura accettando la cattedra in una piccola università locale. Dietro la conversazione fra i due intellettuali, tanto appassionata quanto parziale, si scopre un ulteriore retroscena: il rapimento di un docente e la sua esecuzione (prossima) da parte degli stessi estremisti di cui Changez è sospettato di essere un leader.

Il film è stato presentato fuori concorso all’apertura del Festival di Venezia 2012 e al Toronto International Film Festival 2012. Mira Nair, prima per il film corale sull’11 settembre 11.09.01 ora con questo nuovo capitolo di approfondimento di un nodo cruciale del caos contemporaneo, si espone a ferocissime critiche che non risparmiano, appunto, nessuno dei suoi lavori.  A mio avviso è un film pregevole e soprattutto molto attinente alla realtà, o meglio dimostra l’aperta volontà di scardinare molti dei nostri pregiudizi, volontari e involontari, sul mondo del terrorismo. Il primo fra tutti è di ragione sociologica ovvero che gli estremisti abbiano una cultura pressoché inesistente.

Changez ha un padre poeta e fin dalla tenera età è abituato ad avere contati con l’elite culturale mondiale. Tutti i leader che incontriamo hanno, infatti, modi raffinati, eleganti e una struttura culturale molto solida. Altro enorme pregiudizio ruota attorno alla volontà di integrazione che passa attraverso i rapporti interpersonali, e soprattutto di coppia. Nel plot il rapporto sentimentale sembra passare in secondo piano, come sempre accade in ogni scenario bellico. E’ naturale  che la vita messa davanti alla morte si interroghi su ben altre prospettive, e quasi mai su quella sentimentale. Ed è invece in questa lenta ed inesorabile crepa che filtra il germe per l’odio reciproco. Il benessere sociale ed economico garantiscono una libertà che fragilissima vacilla attraverso milioni di correnti avverse. Changez sarà sempre amato, ma in modo totalmente differente. Se prima nessuno sembrava notare la sua appartenenza etnica, dopo un episodio così clamoroso lo vediamo diventare un fenomeno di studio scientifico, quasi una ghettizzazione forzata utile agli autoctoni per separare, soprattutto a livello concettuale, l’integrazione dal terrorismo.

Cosa a mio avviso straordinaria è legare questo tipo di plot attraverso un ponte mai scontato come la perdita del lavoro, una emorragia mostruosa che attraversa l’intero sistema capitalistico che si è espanso ormai in ogni angolo del globo. La distruzione del lavoro viene equiparata all’omicidio, legalizzato, lento ed inesorabile, una condanna senza mezzi termini per chi ha a cuore l’esclusivo profitto senza alcunp sguardo etico. L’intervista ci mostra come il sentimento di empatia, ricordata fortemente dal poeta-padre di Changez, non sia una forma di debolezza ma una volontà profonda di scontro con la realtà che si contrappone alla spietata logica del profitto in cui i licenziati sono spietatamente una classifica astratta, una tabella e una statistica.

 

I problemi nella gestione della regia di un lavoro tanto complesso e ambizioso si notano in termini narrativi. La tensione si sperpera in particolari inutili per esempio il matrimonio tradizionale della famiglia di Changez, o altri frammenti che poco servono se non ad appesantire un film già di per sé estremamente amaro. Dal punto di vista contenutistico invece è coraggioso, potente e soprattutto mai banale mentre mostra un soggetto che deve essere strumento di profonde discussioni sociologiche. La recitazione è buona, anche se meritava in alcuni casi, più incisività.

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