La mia recensione per Giornale Apollo: http://giornaleapollo.it/10039/deserto-osage-county/
Jhon Welles (produttore esecutivo di E.R Squadra di emergenza e regista di The Company Men), trasferisce sullo schermo l’opera teatrale di Tracy Letts (Premio Pulitzer 2008) e lo fa con risultati pregevoli; grazie anche alla presenza scenica di attori dal calibro indiscusso. Il titolo originale August: Osage County sottolinea una sfumatura che nella traduzione italiana è andata perduta. Ci troviamo in Oklahoma e il caldo insopportabile del Midwest, che ricorda le opere alla Tennesse Williams, è ostile con chiunque (anche con lo spettatore) ed impedisce di vedere lucidamente i contorni di tutta la vicenda. I campi coltivati a grano diventano infatti un luogo dell’anima, un posto arido e inospitale in cui le generazioni hanno dovuto lottare per sopravvivere alla miseria materiale, mentre i figli sono costretti con la miseria dei rapporti umani che semplicemente è sempre stata presente nel corso del tempo ma è emersa grazie al benessere. I protagonisti risultano così smarriti in deserto simbolico e cercano semplicemente di sopravvivere senza interrogarsi davvero sull’odio profondo e atavico che attraversa le loro esistenze, forse segno di una scarsa profondità interiore da parte degli stessi, oppure di una superficiale narrazione scenica tant’è che il film ne patisce in termini di tensione (ma non troppo sia chiaro).
Il film si apre con l’anziano poeta Beverly (Sam Shepard) mentre spiega alla neo assunta Jhoanna (Misty Upham) quali saranno le sue mansioni all’interno della casa e la difficoltà nel doversi rapportare a quella famiglia disfunzionale: lui dedito al bere e Violet, la moglie (Meryl Streep), dipendente da psicofarmaci che l’aiutano a sorvegliare la depressione e il cancro che le ha colpito parte della bocca e della gola. Beverly, una volta assicuratosi di aver dato alla moglie adeguata assistenza, decide di fuggire spingendo le figlie della coppia, e le rispettive famiglie, a rientrare nella casa natia per decidere sul da farsi. Le tre figlie, completamente diverse l’una dall’altra, sono in eterno conflitto con la madre così indulgente con sé stessa quanto severa nel giudicarle senza alcuna pietà.
l rapporto peggiore è con la prima figlia, Barbara (Julia Roberts), che essendo molto affezionata al padre si rifiuta fino all’ultimo di accettare la scomparsa dell’uomo ma che, diversi anni prima, alla notizia della madre malata ostentò totale indifferenza facendo sprofondare Violet nella rassegnazione più cinica. Le vite di queste quattro donne sono a pezzi per diverse ragioni sentimentali, tanto che i rispettivi compagni (Ewan McGregor, Chris Cooper, Benedict Cumberbatch) sembrano essere in balia degli eventi e scelgono la fuga come ultima possibilità di sopravvivenza. La presenza della sorella di Violet, Mattie Fae (Margo Martindale), tinge la storia di contorni ironici e corrosivi portando a svelare i segreti che minano un rapporto famigliare così fragile ma profondamente distruttivo. L’agosto americano è l’ulteriore protagonista. Se come diceva T.S Eliot, poeta amato da Beverly, la vita è un procedere lento e lungo, la calura torrida sospende lo scorrere del tempo. L’estate che ai nostri occhi appare quasi eterna, trasporta i protagonisti in un limbo in cui la realtà viene messa in attesa come un ospite indesiderato.
Violet ha il potere, da indiscussa matriarca, di far sentire chiunque un estraneo non solo nella propria famiglia ma anche a sé stesso distruggendo così tutte le piccole certezze faticosamente costruite. E’ uno scontro di generazioni totalmente diverse dove ciò che spicca è quanto peso abbia sui figli la vita non vissutadei propri genitori. Meryl Streep dimostra una presenza scenica perfetta che mette in luce una moderna Madame Bovary dalla rara intelligenza e arguzia che si scontra però con una figlia, Barbara, altrettanto intelligente da restituirle un conflitto senza possibilità di ritorno.
