La mia recensione per Giornale Apollo: http://giornaleapollo.it/6433/giovane-e-bella/
Isabelle è una giovane e bellissima studentessa di diciassette anni. E’ una bellezza eterea e decadente, una sorta di figura mitologica che si aggira, con una malinconica curiosità, nel caos umano tanto invadente quanto palpitante. Incontriamo Isabelle per la prima volta attraverso gli occhi del suo giovanissimo fratello, che la scruta di nascosto, mentre si lascia accarezzare da un sole impietoso su una spiaggia isolata. Sempre su quella spiaggia ha il suo primo flirt e il suo primo (insoddisfacente) rapporto. Una volta tornata a casa riprende gli studi e conduce una doppia vita: decide di diventare una escort. Almeno fino a un episodio che la tradisce e la smaschera. Isabelle (Lea per i clienti) avrebbe potuto continuare in eterno il suo gioco di dominio, ma c’è qualcosa che spezza quel circolo, mai umiliante e mai oltraggioso. Isabelle, attraverso un dolore, invecchia. Smette di essere innocente, e quindi giovane. E’ una piccola odissea privata e noi siamo solo ombre in quel lento dispiegarsi di stagioni e canzoni leggere che seguono i protagonisti. François Ozon mostra come il sesso e l’arte siano ostinatamente legati in un linguaggio che scavalca ogni pregiudizio e aiuta a superare l’umiliante, quella sì per davvero, solitudine che alberga in ogni cliente ma anche nella stessa Isabelle
Come diceva Artur Rimabud, citato dagli insegnanti di Isabelle, nessuno è davvero serio a diciassette anni e questa sembra essere la giustificazione che spinge la madre e il patrigno ad affrontare con superficialità egoistica il problema della figlia.Il dolore dei genitori viene prima rispetto alla reale motivazione del desiderio ossessivo di Isabelle ed egoisticamente è posto in contrasto con i valori che sentono di non aver trasmesso. Ciò che nessuno sembra cogliere davvero è quanto Isabelle sia cosciente di sé stessa rispetto a ciò che la circonda. E’ distaccata, fredda, calcolatrice, una sottile dominatrice che si aggira come una silenziosa Giuditta fra la piccola borghesia francese che ostenta una finta cultura e una finta disinibizione. E’ consapevole di essere bellissima e ama appunto esplicitare quella potenza, che è la giovinezza, su corpi già maturati e ormai abbandonati alla disillusione di una vita piena e carica di motivazioni. Non vi è nessuna aspirazione in Isabelle (non spende mai il suo denaro) se non quella di sentirsi desiderata. Isabelle ha entrambe le figure genitoriali, ha una famiglia allargata, fratelli, amici. Ogni ricerca di interpretazione forzatamente psicologica decade, esattamente come fallisce il suo psichiatra. Isabelle non è umana in senso stretto, incarna quella figura mitologica che è Eros e lo sprigiona laddove viene richiesto. Ozon non giudica e non può fare altro che assistere impotente al mistero perenne dell’adolescenza che ai nostri giorni è però sottoposta a pressioni che si manifestano in misura esponenziale rispetto al passato.
Questo ci coglie ancora più in imbarazzo perché persuasi, e ormai illusi, che in realtà il tempo non esista, e che al procedere del nostro consumarci si possa sempre porre rimedio. La regia è fredda, malinconica, e quindi profondamente artificiale. Unica pecca: i protagonisti forzatamente relegati in ruoli temporanei non hanno modo di emergere, quando in realtà hanno su Isabelle una profondissima forza distruttiva. Andavano sicuramente caratterizzati di più, perché corresponsabili di quella giovinezza sfiorita, fulcro centrale dello stesso film.
Pregevole l’interpretazione di Marine Vacth.
