Nel 1982 l’opinione pubblica americana fu scossa profondamente dalla notizia della scomparsa misteriosa di Kathleen McCormack, moglie di Robert Durst, rampollo di una nota e ricca famiglia newyorkese.
Un caso che all’epoca suscitò parecchio scalpore, per il fatto che Robert Durst era un personaggio molto in vista, in quanto figlio ed erede di un facoltoso immobiliarista e uomo d’affari di New York, uno squalo senza scrupoli che aveva accumulato una fortuna con operazioni finanziarie in buona parte illegali e con gli affitti che riscuoteva dai numerosi appartamenti posseduti nella 42a strada. Nonostante il corpo della moglie non fosse mai stato ritrovato, Robert venne sospettato del suo omicidio ma mai accusato, e ciò gli consentì di darsi alla macchia, fino a quando altri due successivi omicidi, apparentemente collegati, nel 2000 non fecero riaprire il caso dalla polizia di New York.
Nel film Robert Durst diventa David Marks, mentre sua moglie, Kathleen McCormack assume il nome di Katie. Nel nostro paese questa pellicola, insieme a Blue Valentine, è rimasta silente dalla pubblicazione per almeno due anni. Viene da chiedersi se i produttori abbiano le fette di salame sugli occhi, oppure, se sapientemente questo film non avesse nulla da dire. Potrebbero essere vere entrambe, perché tecnicamente il film è un vero pasticcio, a livello di trama la tensione si perde e stancano i continui sbalzi temporali in cui lo spettatore viene provocato fino allo spasmo – invece di stimolare l’attenzione ha solo il pregio di irritare in maniera profondissima. No seriamente, è stata la prima volta in cui all’ennesimo salto ai tempi che furono io abbia pensato “ci risiamo…e che palle”. Nonostante ciò è un film assolutamente pregevole e meritevole di attenzione grazie alla straordinaria prova attoriale dei due protagonisti.
Agli inizi degli anni ’80 David Marks è un ragazzo americano, figlio primogenito, ed erede riluttante, di un facoltoso, e tutt’altro che onesto, magnate del mercato immobiliare, la cui infanzia è stata segnata irrimediabilmente da un cupo dramma familiare, e ora condannato a vivere all’ombra di un padre autoritario ed emotivamente sterile. Solita storia dramma della borghesia.
Ovviamente il padre vorrebbe che il figlio lavorasse nell’impresa di famiglia (soprattutto a bische, bordelli, negozi porno, night club, e saloni di massaggi) e ovviamente il ragazzo non ha nessuna intenzione di rilevare gli affari milionari della società di famiglia, così come non ha nessuna intenzione di continuare a subire la castrante autorità paterna.
E così quando, grazie ad una commissione per la società del padre, in uno di quegli appartamenti conosce la dolce e solare Katie, studentessa di medicina e figlia di una chiassosa famiglia di Long Island, se ne innamora e subito le chiede di sposarlo, sperando così di emanciparsi dal peso di quella famiglia ingombrante.
L’idillio però dura molto poco: la prospettiva di mettere su famiglia e avere un figlio, come desidererebbe Katie, e l’insistenza del padre, che perentoriamente lo obbliga a ritornare a New York per affiancarlo nella gestione degli affari, innescano in David un meccanismo di difesa/offesa che fa riaffiorare la sua parte malata, portandolo a trasformare il suo matrimonio in un inferno e a compiere azioni al limite della paranoia.
Katie, incautamente, come molte donne, purtroppo, fanno, sottovaluta la situazione e faticherà parecchio prima di capire di avere accanto uno sconosciuto con evidenti problemi psichici.
Al grido dell’amica “Cavoli, ti sei sposato, allora dobbiamo nasconderle quanto tu sia malato” inizia una lentissima quanto crudele e inesorabile discesa in questo dramma discontinuo e morboso. L’atmosfera profondamente ansiogena che si respira è resa ancora più cupa dalla suggestiva colonna sonora di violini deliranti e dalla splendida fotografia che avvolge nella luce calda i momenti sereni per poi virare sui toni plumbei e scuri. Ryan Gosling ora tenero e dolcissimo, ora fisso e gelido incarna l’instabilità emotiva del personaggio istrionico e seducente tratteggiando molto bene la subdola pericolosità dell’uomo, tanto più temibile perchè ambigua, ingannevole e sfuggente. Perfettamente riuscita la prova di Kirsten Dunst, in un ruolo sofferto in cui sa unire candore e ingenuità con il senso della più profonda disperazione.
Il suo sorriso luminoso e accattivante, la sua solarità e la sua voglia di vivere, poco a poco si offuscano e si spengono, inghiottite nel suo stesso rancore.
Non mi è ancora chiaro il vero messaggio del film. Sicuramente è duplice anzi triplice. Mai ignorare l’istinto (la giovane moglie ne paga gravissime conseguenze), mai ignorare sé stessi (i veri problemi che ci legano ai nostri traumi sono in realtà responsabilità che abbiamo nei confronti di ogni persona), mai lasciare che l’amore sia troppo e quindi che ci porti a giustificare gli atti di cui sopra. Ma nella realtà avrei voluto una profonda critica alla esasperata morbosità filmica che l’informazione ha assunto come baluardo di “verità” e “libertà di informazione”. Da noi il problema è più politico e culturale, in America è assolutamente un problema costituzionale dell’asse stesso della società. Il quinto potere (l’informazione digitale) si mostra senza pietà nei suoi meccanismi più perversi e attraenti. Non vuole più pilotare e nemmeno orientare, ma mostrare quali sono i perversi meccanismi che ci legano gli uni agli altri smontandoli e riducendoli banalmente a degli accidenti più o meno prolungati. Si vuole instillare una consapevolezza nuova: le persone non sono fatte per reggere legami senza ombre e senza questa accettazione le tragedie si annidano dietro ogni angolo possibile. Ma è davvero necessario arrivare ad utilizzare una storia tanto tragica sorpassando i sopravvissuti? Viene da chiedersi.





