Cerco un film sugli scacchi. Chiunque mi conosca un poco sa quanto rasento la follia circa questo gioco. Trovo Revolver.
Film del 2005 diretto da Guy Ritchie.
Ambientato a Las Vegas segue le vicende di Jake Green, uno scaltro ma tormentato giocatore d’azzardo alle prese con un violento boss, Dorothy Macha. Green, uscito di prigione, scopre di avere una rara malattia del sangue, che lo ucciderà in tre giorni. Nel frattempo viene avvicinato da una banda, Zack e Avi, detti gli squali del prestito, che promettono di proteggerlo dal boss Macha, che lo vuole morto per alcuni fatti avvenuti prima della sua incarcerazione. In cambio lui deve sottostare a due condizioni: rinunciare a tutti i suoi soldi, e obbedire ciecamente alle loro istruzioni, cosa che comporta anche il rispondere a tutte le loro domande. Inizia così ad andare in giro con i due usurai, concedendo lauti prestiti e applicando alti tassi d’interesse. Intanto, Macha è coinvolto in affari con il signor Sam Gold, a cui deve fornire della cocaina.
Fin qui potrebbe sembrare il classico film noir se non che il nostro Mr Green ha scontato ben sette anni una cella di isolamento (piuttosto che quattordici anni in una detenzione ordinaria) che si trovava in mezzo a due singolari uomini: uno un campione di scacchi, l’altro un ex squalo della finanza campione della speculazione globale. Green riesce in qualche modo ad intercettare la loro corrispondenza e anche a decifrare le letture dei due uomini dediti alla meccanica della fisica quantistica piuttosto che la matematica applicata. Diventa così un grande giocatore di scacchi, e un ottimo truffatore attraverso la formula che i due erano riusciti a teorizzare e che lui era pronto ad usare una volta uscito. Green e i suoi amici “squali” rubano così la cocaina di Macha, che deve procurarsene dell’altra per prestare fede all’accordo con Gold. L’unico in grado di procurargliela è però lord John, un asiatico suo concorrente nello spaccio. La droga però viene nuovamente rubata dal gruppo degli squali, poco prima dello scambio tra gli asiatici e Macha, determinando tensione tra questo e lord John. Successivamente Jack scopre che in realtà non sta morendo e mentre inizia farsi alcune domande il fratello e sua figlia vengono coinvolti in questo assurdo gioco.
All’imperativo «si svegli signor Green!» siamo trascinati nel viaggio interiore di quest’ultimo, nella sua difficoltosa discesa e risalita nel mondo stagnante in cui siamo precipitati tutti quanti. Basta saperlo: «Se c’è una cosa che ho imparato negli ultimi sette anni è che in ogni partita, in ogni truffa, ci sono sempre un avversario e una vittima. Il trucco è di sapere quando sei la vittima per poter diventare tu l’avversario.» Benissimo facciamolo.
Ciò che segue è un’analisi personale del film, delle sue metafore e delle mie congetture riguardo alla distopia proposta dal buon Ritchie, seguendo le citazioni di apertura di ogni capitolo del film. Inutile dirvi degli spoiler.
Il nemico più grande è nascosto nell’ultimo posto in cui guarderai. (Giulio Cesare, 75 a.C)
La lettura alla luce della Cabala è d’obbligo, se non altro Ritchie è un noto e generoso maestro e giocatore di questa arte raffinata. La frase chiave di tutto il film viene proferita da Zack, il mago della truffa, nei confronti di Green che sta interrogandosi sulla vera natura di questi due individui. «Non riesce a vedere ciò che ha sotto gli occhi, Mr.Green». Esattamente. Anche noi. Io sono dovuta tornare indietro dopo tale affermazione e magicamente ciò che mi era sfuggito è scattato sotto il mio occhio. Può darsi che capiti anche a voi. Tornate all’inizio e vi divertirete. Il numero 86 dipinto sulla valigetta in cui è contenuto il denaro per l’usura è il primo indizio. Chiunque sia un esperto di scacchi sa che la mossa di partenza deciderà tutta la partita. Va pianificata con estremo rigore. In questo caso il Salmo 86 ci viene in soccorso qui abbiamo un Servo che decanta tutta la sua afflizione. Abbiamo Green che sapendo di morire, si sente truffato, una vittima di un gioco che non ha capito e vuole tornare a giocare ed essere un degno avversario. Ma di cosa? Del destino forse, ma sicuramente della vita, non la vuole abbandonare, ed è disposto a infrangere tutte le regole pur di salvarsi. Solo rinnegando ogni regola, smettendo di essere una regola, noi possiamo iniziare a capire (e vedere!) ciò che di norma ci sfugge. E’ il numero delle dispute sociali, dei rissosi, delle conquiste sofferte. A questo grido profondo e liberatorio fanno eco le parole di Macha convinto di possedere la formula del successo «Qual è il mio guadagno?». Chiunque si muova in un’ottica di arrivismo personale nel mondo di Gold (Gold è colui che possiede ogni cosa, tutto è di Gold ma nessuno sa chi sia Gold, Gold il clandestino, l’oscuro, il signor magia nera), ovvero il mondo reale senza distinzioni di emisferi, è destinato alla rovina. Green sta cercando di guadagnare le cose che pensava di dover accumulare ma allora chi sta guadagnando davvero? Un avversario più furbo appunto.
Green è nella rete, è talmente ricco da potersi permettere di acquistare una catena di alberghi, e la formula teorizzata gli sta fruttando in modo esorbitante (ogni gioco d’azzardo in realtà è un gioco matematico e probabilistico si sa la fortuna non esiste) ma è destinato a lasciarci le penne; Macha lo vuole morto e rivuole i suoi soldi e ha una malattia potenzialmente mortale. Ed ecco che compaiono i due squali Avi e Zack.
L’unico modo per diventare furbi è giocare contro un avversario più furbo. (Fondamenti degli scacchi, 1833)
Zack secondo molte teorie in rete è la rappresentazione di Isacco. Io sono di un altro avviso. Zack è l’istinto ovvero il simbolo di una perfetta logica e di un perfetto senso della realtà. Tant’è che la sua nemesi viene in luce con Sorter, il killer assoldato da Macha per far fuori Green. Sorter è anch’egli puro istinto, un uomo che agisce secondo le proprie leggi morali, una sorta di braccio armato ma a differenza di Zack fa capo alle aspettative del mondo, quindi è un istinto schiavo dei meccanismi umani.
Zack una volta salvato Green conduce quest’ultimo da Avi.
Molti lo definiscono la trasposizione di Abramo, io lo vedo come il simbolo dello spirito e della coscienza. E’ quella voce profonda legata all’istinto più puro. Avi è il vero motore delle nostre azioni. Di fatto questi due personaggi compaiono solo quando Jack diviene consapevole di dover morire. Assistiamo a una vera e propria disintossicazione di Jack dai meccanismi indotti dalla società.
Seguendo dubbiosamente il percorso tracciato dagli squali, Jack scopre in realtà chi è l’unico vero nemico. Sé stesso. Avi, afferma infatti: «Usi il nemico che percepisce per affrontare il suo vero nemico.» Jack percorre in questo modo un lungo viaggio interiore, un lento quanto costante dialogo con se stesso. La vetta della sua intuizione è raccolta in questo frammento: «Forse mi stanno truffando. Ma qual è il punto allora? E’ che questa è la mia unica alternativa. Vogliono che soffra. Questi bastardi me la stanno facendo pagare per il mio stesso dolore e questo è il concetto più radicale che io abbia mai sentito e una parte di me muore ogni volta che ci penso.»
Il dolore è il punto di tutto. E’ grazie ad esso che Gold ha il controllo di ogni cosa, riesce addirittura a farsi proteggere a causa della paura che noi stessi abbiamo del dolore. Pur di non soffrire accettiamo. Passiamo sopra a moltissime cose, creando dentro di noi ciò che più aderisce al nostro essere timoroso: il nulla. Vuoi controllare le aspettative di qualcuno? Gioca con la sua paura del dolore e ne avrai il controllo. Dove si nasconde il nemico? Nell’ultimo posto in cui avresti guardato. Te stesso.
La prima regola degli affari: proteggi il tuo investimento (Etiquette of the Banker, 1775)
Quando Zack e Jack arrivano da Avi, notiamo la scritta Paramount. Non è una pubblicità occulta, ma in realtà sta a significare che ciò che andremo a vedere di seguito – tutta la vicenda legata alla cocaina e alla lotta fra boss di quartiere- non è altro che una finzione, il teatro del nulla. Simbolo del cinema contemporaneo usato per intrattenerci, le azioni che vedremo non hanno alcuna sostanza, se non quella di far apparire grottesca e inutile la violenza in cui siamo immersi. Andiamo a perderci nella trama come in un trucco illusionistico e non prestiamo più attenzione al prestigiatore (il contenuto). E’ la simulazione di ciò che accade ogni giorno. L’uomo viene distratto dai suoi avversari in modo che si logori lentamente ma restando un investimento comunque troppo buono da sprecare deve essere protetto. Va drogato di poca felicità indotta. Tutto ciò ha molto a che fare con l’Ego, ovvero la nostra identità che dovrebbe essere salda in sé stessa, ma in realtà è estremamente duttile e manovrabile. Più siamo isolati più diventiamo dipendenti dai pochi gesti che facciamo gli uni agli altri, oltre che ai piccoli riconoscimenti che la società riesce a refilarci. Più l’uomo diventa sofisticato, più il gioco di illusione diventerà sofisticato.
Jack arriva al grado zero della conoscenza: «Quando ti trovi ad affrontare la morte una nuova fredda realtà evidenzia un fatto che ci piace ignorare: Non si può vincere. Perderai, è solo questione di vedere quando.»
Il rischio della morte diviene un motore segreto, un valore aggiunto da cui trarre una linfa acida ma indispensabile per raggiungere uno stadio di libertà, seppure precaria. Ed è qui che entra in gioco l’altra chiave di lettura.
Gold non è altro che il sistema finanziario che soffoca la realtà e induce sul mercato i propri prodotti. Non è un mistero per nessuno che la finanza globale stia speculando non solo con i tassi di interessi ma si nutra di ogni tessuto della vita umana, in particolare delle dipendenze dei propri investimenti (noi). Droghe, armi, violenza, isolamento. Tutte le questioni sono legate al denaro e alla circolazione di esso in ogni attività umana. Ovunque è un business e i colletti bianchi sono spesso coinvolti con il braccio armato delle loro manovre, ricchi e prezzolati mafiosi. Gold viene presentato (anche se mai mostrato) attraverso i suoi tirapiedi e il suo magnifico palazzo trasuda di bellezza, opulenza e di passato. Chi controlla il passato controlla il futuro. Abbiamo il giudizio universale sulla volta, quadri del Caravaggio nella sua reggia privata, i mobili e le sale riccamente e finemente adornate di capolavori che appartengono all’umanità intera, e in questo caso vengono utilizzati per ricordare la sua presenza immutata nella storia. Gold è l’avidità sempre presente in ogni sistema, la piovra che in ogni epoca ha fatto sprofondare mondi. L’avidità è una caratteristica, o meglio un vizio, che è facilmente instillabile e manovrabile. Ci conduce e ci acceca verso bisogni che pensiamo di avere ma in realtà non sono nulla. Gold vuole condurci dove noi possiamo logorarci lentamente, curandoci ma in parte, rendendoci felici ma mai del tutto, toglierci ricchezza ma in modo non troppo evidente. Farci credere colti e allontanarci dalla reale sapienza e cultura (il passato). Ciò che può smascherare Gold è accettare che esiste dentro di noi. Accettare che noi tutti siamo vittime ma anche giocatori e avversari. E abbiamo delle responsabilità nella partita.
«Più la gente crede di avere potere nel mondo di Gold, meno potere ha nella vita reale.»
Jack non vuole lasciare il proprio denaro, nemmeno per praticarvi l’usura, e vive il distacco da esso come una umiliazione: «Non c’è niente di peggio che perdere dei soldi e venire umiliati per questo.» Gold vive di tale sentimento ovvero che la dignità umana sia legata al denaro e al suo possesso. La grande illusione è tutta qui, scritta in ogni dove, è davanti ai nostri occhi tutti i santi giorni, ma nessuno la accetta. I più cinici l’hanno afferrata e cavalcata. Cosa aspettiamo noi a inventarci qualcosa? Il gioco è estremamente sofisticato e non si può battere con il qualunquismo. Bisogna diventare furbi, anzi furbissimi. «Perché ho accettato di giocare? Non lo so, non chiedetemelo ora perché senso non ne ha.» Afferma Jack mentre si fa coinvolgere nelle idee e nei piani criminali di Zack e Avi.
La vita in sé è un gioco il cui senso non è mai visibile, va scoperto e per ognuno di noi la risposta è diversa.
Una guerra può essere solo rimandata, a vantaggio del tuo nemico. (Niccolò Macchiavelli, 1502)
Ognuno di noi, prima o poi, deve fare i conti con il suo Ego, i suoi desideri, le sue aspettative, i suoi lati più bui. Ciò che scopriamo in questa battaglia è che tutti noi siamo Gold, ma Gold non è noi.
«L’inganno più grande che io abbia mai fatto è stato farti credere di essere te.»
E’ la frase che Avi, la nostra coscienza, dice più spesso alla nostra attenzione e intelligenza. Come convincerci che non c’è alcuna alternativa al male, che offende la dignità umana e porta morte e distruzione e violenza? Semplice, farci credere che siamo delle vittime. E in questo modo il nostro Ego è consolato, sta buono e in realtà non si ribella. Non si sente umiliato ad essere una vittima, anzi si assolve. Noi siamo la morte, la violenza e la distruzione, è questo il difficile compito da accettare. Jack lotterà contro di esso attraverso un percorso da noi considerato umiliante, e così anche dal suo ego. Chiede scusa a Macha, e dona dei soldi. Entrambe azioni considerate da Jack profondamente dolorose. Seguiamo il suo ego che urla e si ribella e non vuole sentirsi mortificato. Jack si scopre dipendente dalle paure che lui stesso si infliggeva (le fobie circa gli ascensori, la morte, la paura della povertà, l’ideale di orgoglio e onore). Stessa sorte tocca ai suoi aguzzini. Macha non è altro che un violento perché disperato e bisognoso di sentirsi temuto e adorato. Jack lo contrasta con l’unica cosa in grado di interrompere il circolo vizioso dell’ego, lo ignora. Mostruosamente. Fino alla morte.
«Lei non dona perché è bene, lei deve donare perché fa male a lui.» dice Avi mentre guida Jack attraverso la sua azione radicale di cambiamento.
Jack mentre affronta se stesso si trova rinchiuso nella sua più grande fobia, gli ascensori. L’ascensore si ferma tra il dodicesimo e il quattordicesimo piano, entrambi numeri che indicano il percorso interiore. Il dodici simbolicamente rappresenta la pubertà, l’inizio di un rito iniziatico verso l’età adulta. E’ qualcosa di faticoso da attraversare. Il quattordici è simbolo di arrivo, un cammino verso la liberazione. Venne adottato dal nazismo per affermare le leggi del potere bianco (le Quattordici parole) a cui rincorre immediatamente la frase: «Gli hai dato la corda per impiccarsi con le loro mani», riferito ai tre uomini truffati da Jack che vennero uccisi a causa dell’usura protratta a danni dello stesso Macha (simbolo dello stato corrotto). I nazisti che decidono di punire gli ebrei per il “peccato di usura” sono a loro volta condannati a distruggersi a vicenda in un circolo senza fine.
L’Ego di Jack cerca di aggrapparsi alle sue paure più intime: «Devi a me i bei momenti Jack. Siamo una squadra. Vuoi liberarti di me? Conosci la vita senza di me Jack? No. Perché quella vita non esiste. Io ti proteggo e ti controllo. Se io dico una cosa tu obbedisci se dico che hai paura, hai paura. Hai ascoltato l’altra parte vero Jack? Sono persone che vogliono farti del male. Sono persone nuove, non vecchi amici come me di cui ti puoi fidare.». Il ragionevole dubbio che scatta nella nostra mente è: la voce dell’ego è di Jack o di Gold? E’ il sistema oppure siamo noi? Entrambi. Ovvero noi siamo Gold, ma Gold non è noi. Siamo uno strumento, sta a noi non essere servi. Siamo una squadra solo se vogliamo che Gold sia in squadra con noi.
Uscendo dalla camera di Macha vediamo appunto la statua della Kali, divinità indiana che affronta i mostri dell’Ego e taglia le teste dei demoni interiori. Sulla schiena di Lord Jhon abbiamo tatuato un San Michele in veste di samurai pronto ad uccidere l’enorme serpente, e lo vediamo morire crocifisso, mentre Macha si avvia alla sua più intima e personale distruzione.
Avi chiude magistralmente il tutto con una considerazione esemplare sull’entità e la profondità del male che ci sfida in una lotta intima e interiore, una partita a scacchi con la nostra coscienza appunto: «Sa cosa rende elegante questo gioco? Nessuno sa dove sia il nemico. Non sanno nemmeno che esiste. Il nemico è la scacchiera stessa. Ma si annida dentro le loro teste e si fidano di lui pensando di essere lui. Sa la cosa elegante? E’ che se lei tenta di salvare loro, loro distruggeranno lei per salvare lui. Bisogna ammirare anche l’eleganza sofisticata dell’avversario.»
Anche i servi di Gold sono facili alla caduta e alla disperazione, forse più di chiunque. Macha cede alla prima lusinga di ammirazione, da cui inizia ad insinuarsi la paura profonda di essere impotente e schiavo del gioco. «Le voci dicono solo quello che Sam Gold ha saputo.» Gold vive di persone deboli «Sei un debole, sei comunque un uomo morto, la parola scusa non esiste nel dizionario di Sam Gold.»
Il Metodo Jacobi
Bisognerebbe aprire un saggio a parte sulla simbologia ma voglio mostrarvi una cosa. Io l’ho scoperta zoomando sui dettagli. O meglio sui libri in cui venivano scritte le formule da parte dei due detenuti. In uno di essi si parla del Metodo Jacobi. Io sono tutto tranne che una matematica teorica, ma in analisi numerica è un metodo iterativo, ovvero un algoritmo di calcolo usato per ottenere l’approssimazione di una soluzione di un problema matematico attraverso un numero teoricamente infinito di passi. Attraverso una iterazione iniziale il metodo passa ad approssimazione successive che convergono alla soluzione esatta solo in senso limite. Ovvero, non esiste una soluzione definitiva al caos in cui siamo immersi, e nemmeno una teorizzazione di una soluzione. Di fatto possiamo solo adattarci alle diverse situazioni e trovare una costante universale che più o meno si adatta a determinanti comportamenti. Corrisponde anche alla voce di Zack: «Non esistono problemi signor Green, esistono solo le situazioni.»
Combinazione pericolosa gli scacchi e le truffe.
E io volevo solo un film sugli scacchi.








Complimenti .. la migliore recensione/esamina che ho trovato sul web.. davvero complimenti ! E grazie!
13esimo piano…tarocco n°13, la morte. Morire in vita per rinascere.
Davvero incredibile. Pietrificato quasi. Ho visto questo film un’infinità di volte, ma per quanto ne abbia personalmente detratto una certa profondità, davvero complicato analizzarlo in questo modo, che pur rispecchiando cose che io stesso ho detratto dal film, non ho raggiunto questa analisi dettagliata su una tematica più complicata di quanto potrebbe apparire. Grazie.
Grazie a te Alessandro
Consiglio la visione del film in lingua originale (anche con l’ausilio di sub in inglese) poichè in quella italiana ci sono dei basilari errori, eccone alcuni fondamentali: Il nome Macha vien pronunciato Mecca e non Maccia ;), la frase prononciata da Avi «L’inganno più grande che io abbia mai fatto è stato farti credere di essere te.» è in realtà «L’inganno più grande che LUI abbia mai fatto è stato farti credere di essere te.» il che ovviamente cambia completamente la possibilità di comprensione del film.
Una correzione alla recensione: la frase «Non esistono problemi signor Green, esistono solo le situazioni.» è in realtà pronunciata da Avi.
Una piccola ma significativa aggiunta, già notata anche da Carlo, è il 13° piano, tipicamente mancante negli ascensori americani: Jake si ferma proprio a metà tra il piano 12 ed il 14 ed è proprio a quel piano 13 che avviene la sua definitiva morte e rinascita (esattamente dove il suo avversario interiore gli dichiara “Io sono Te” e si sente la voce di Avi, che per la prima volta afferma (e, come già detto, ripetuta in seguito), «L’inganno più grande che LUI abbia mai fatto è stato farti credere di essere te.»).
Decisamente il miglior commento! Complimenti di cuore 🙂